Friday, January 22, 2010

Pieno di spirito

Nel commentare la sconfitta dei Democratici in Massachusetts, Patrick Kennedy, figlio di Ted Kennedy, ha testualmente affermato:

"E' come al tempo dei Romani, quando si andava al Colosseo e i leoni venivano fatti entrare nell'arena...voglio dire, tutti volevano il sangue e siccome non l'hanno avuto allora protestano..."


E' chiaro. Deve aver trovato la chiave della dispensa dove suo padre teneva i liquori.

Thursday, January 21, 2010

Gasati

Si legge sul Journal of Medical Microbiology che un'équipe medica tedesca ha messo a punto un nuovo sistema per curare in maniera indolore le carie dentarie, utilizzando una sostanza gassosa al posto del temutissimo trapano.

Una notizia fantastica. Anche se - non so perché - il pensiero che un tedesco possa usare del gas su di me mi trasmette una certa inquietudine.

Monday, December 14, 2009

Giornalismo un tanto al chilo

Bravi come al solito i giornali italiani.

Nel dare la notizia dell'elezione di Annise Parker a sindaco di Houston, Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale, e probabilmente tutti gli altri, informano i propri lettori che si tratta del primo caso di un sindaco openly lesbian a capo di una metropoli americana.

La notizia è corretta, tranne per il fatto che il primo sindaco openly lesbian di una metropoli americana è stata Toni Atkins, eletta nel 2005 a San Diego.

Guardami, Jodie

"L'ho fatto per Jodie Foster"
(Massimo Tartaglia)

Monday, November 23, 2009

Amara Seattle

Seattle amara riserva una cocente delusione ai Galaxy che, opposti al Real Salt Lake, vedono svanire ai calci di rigore la finale di MLS Cup e, quindi, la possibilità di scrivere per la terza volta il proprio nome nell’albo d’oro del campionato statunitense.

Peccato. Perché per almeno un’ora la partita è stata dominata e, alla luce delle tante occasioni, il vantaggio siglato da Magee avrebbe dovuto essere perlomeno raddoppiato.
Poi, però, la squadra è vistosamente calata. Il coach Arena che, normalmente, a dispetto del nome, non è un pollo, stavolta non è stato lucidissimo. Specie quando si è intestardito a tenere in campo il portiere Ricketts nonostante l’infortunio alla mano rimediato in un intervento all’inizio del secondo tempo. Per poi toglierlo dopo aver subito il goal del pareggio, cioè a frittata fatta.

Se si aggiunge che Beckham, sceso in campo in precarie condizioni fisiche, ha tenuto per un tempo, che Donovan, dopo 50 rigori segnati, ha deciso di sbagliare proprio quello di ieri sera, e che tutti gli altri sono arrivati con la lingua di fuori, il quadro è completo.
Peccato per noi e complimenti al Salt Lake (squadra imbottita da californiani e da “scarti” dei Galaxy), che vince il suo primo campionato.

La delusione non deve comunque cancellare le buone cose di una stagione che, ad un certo punto, è diventata un’esaltante cavalcata verso una Finale che mancava da quattro anni.

Grande merito a Bruce Arena che, a differenza dei suoi predecessori Yallop e Gullit, è un allenatore vero e, in poco più di un anno, ha totalmente ricostruito una squadra che era andata allo sfascio, modificandola per nove undicesimi intorno ai punti fermi Donovan e Beckham.

Partendo dal portiere, il giamaicano Ricketts, impostosi come il miglior goalkeeper di tutto il torneo. La difesa è stata rinvigorita dai due giovani più promettenti, Franklin e Gonzales, quest’ultimo un esordiente assoluto.
Mentre il centrocampo è stato costruito con giocatori esperti, tutti ultra-trentenni, dall’ottimo Lewis (un fedele di Arena dai tempi della Nazionale) a Kovalenko, da Klein a Kirovski, da Birchall a Miglioranzi.

Davanti, Buddle è stato più continuo nel rendimento. Beckham, di ritorno dal Milan, ha dato la marcia in più ed è stato determinante nel portare la squadra a vincere la Western Conference. E Donovan, come ogni anno, è stato qualitativamente il giocatore più in vista di tutto il campionato.

Beckham, ora, tornerà in Italia per guadagnarsi il biglietto per il Sud Africa. Nonostante la delusione finale ha promesso di tornare qui a luglio per riprovarci. Spero lo faccia. Lui e Donovan non si amano di certo ma la squadra non può prescindere dai loro talenti.
Quest’anno il sogno si è infranto all’ultimo momento. La prossima volta andrà meglio.

***
p.s.: Infine. Non tanto una promessa, bensì una vera e propria minaccia: la prossima estate, come quattro estati fa, torneranno le cronache dei Mondiali di Lexi. Sarà un modo per chiudere col botto questa bella avventura di blogger.

Friday, November 20, 2009

Chinawood (Obama a Canossa)

Domani sera, se resisto, vedrò la prima mezz’ora di Red Cliff, l’ultimo film di John Woo.
Raramente vedo un film per intero e - per principio – mai quando si annuncia più lungo di due ore.

Ma Red Cliff (che, in sintesi, racconta la fine della dinastia Han all’inizio del III secolo) rappresenta un piccolo caso, trattandosi del primo film “tutto cinese” realizzato da Woo dopo un lungo e proficuo sodalizio con Hollywood.

La vicenda del regista è persino paradigmatica, se pensiamo a come, una quindicina di anni fa, avesse lasciato Hong Kong, in procinto di tornare sotto il controllo di Pechino, per affermarsi come uno degli action movie directors di punta dell’ultima Hollywood.
Uno capace di garantire spettacolo e, soprattutto, incassi considerevoli con titoli come Face/Off o – a dispetto di Tom Cruise - Mission Impossibile 2.

Il colossal col quale torna oggi da “straniero” è una produzione importante e, per l’industria cinematografica cinese, rappresenta il tentativo di rubare a Bollywood lo scettro della produttività del settore in Oriente. Ma anche, in un colpo solo, di far scricchiolare il tradizionale primato mondiale di Hollywood.

L’uscita di questo film, in questo periodo, assume pure un valore simbolico, alla luce della sconsolante, per certi versi: umiliante, visita cinese del Presidente Obama.
Il cui tono dimesso e inconcludente ha di fatto evidenziato l’imbarazzante dipendenza della cosiddetta Superpotenza mondiale nei confronti del rivale in ascesa.

Di fronte a Hu Jintao, il Presidente Obama è andato ben oltre Canossa. Ha piegato la testa, accantonando uno dei suoi temi-cardine (l’ecologia, i mutamenti climatici), calpestando la questione dei diritti umani e del Tibet, prestandosi al giochino ipocrita dell’incontro con studenti fasulli, ai quali ha decantato la bellezza del dialogo e della libertà di internet, ben sapendo di essere trasmesso in differita e ampiamente censurato dalle TV cinesi.

Il tutto per mendicare la rivalutazione dello yuan, condizione obbligatoria per riportare un equilibrio nel grande gioco del mercato e delle esportazioni. Speranza vana e, prevedibilmente, delusa.

L’immagine di Obama che passeggia pensieroso, triste y solitario, all’ombra della Grande Muraglia (lui che, pochi giorni prima, aveva rinunciato a fare altrettanto a Berlino) è quella di chi, per tutto il tempo, ha sentito la grande mano gialla tenerlo ben saldo per i coglioni.

"Grazie per non avermeli strizzati troppo", deve aver sussurrato Obama nell'accomiatarsi dall'affabile Presidente Cinese.

Ce ne sarebbero stati di spunti per fare dell’ironia (seppure amara), per creare storielle e barzellette con ghignate preregistrate in sottofondo.
Eppure dai santoni della risata intelligente made in U. S. A. non è uscito nulla in proposito.

In compenso hanno scatenato un devastante uragano umoristico sul libro di Sarah Palin e sugli Americani analfabeti che corrono in massa a comprarlo.

Domani sera, per una buona mezz’ora, mi guarderò il racconto di com’è crollata la dinastia Han. Ma forse penserò ad altro.

***

(Immagine d'aperura: Meet Your New Neighbor di Floyd Davis. Altri esempi della sua arte in American Gallery)

Thursday, November 19, 2009

Jeu de main, jeu de vilain

Rififì...Grisbì...Henrì

Wednesday, November 18, 2009

Submission accomplished (Sottomissione compiuta)

Oh no, he did it again!
L’ha rifatto. E’ più forte di lui.

Davanti a re e ad imperatori Barack Obama non può fare a meno di curvare la schiena in deferente saluto.

L’ultimo inchino, pochi giorni fa, per onorare l’imperatore del Giappone Akihito e consorte, l’imperatrice Michiko.

Una coppia molto graziosa, in verità. Lui che sembra un funzionario delle poste in pensione e lei con lo zainetto di Hello Kitty sulle spalle.

Non si sa se, oltre all’inchino, Obama abbia anche avuto la gentilezza di scusarsi per le bombe che gli Americani hanno spedito a suo padre Hirohito.

Una bellissima scena, comunque...

...alla quale si era già assistito nel giugno scorso, in occasione dell’arlecchinesco inchino al re saudita, Abdullah bin Abdul Aziz al Saud (nella foto in alto, mentre guarda benevolo l'umile suddito americano con lo sguardo di un micione che si è appena lappato la sua ciotola di latte).

Adesso manca soltanto di vederlo piegare la schiena davanti al re di Tonga, dopodiché si potrà con orgoglio affermare che la (sotto)missione è compiuta.
Submission accomplished.

(Nel frattempo Obama si mantiene in allenamento provando sempre nuovi stili d'inchino)

Friday, November 13, 2009

Loffa continua

(Dove si narra di colui che, per primo, inventò l'utilizzo della scoreggia come gesto di lotta e di potere)

Il primo, come sempre, fu Erodoto.

Nel Secondo Libro, capitolo 162, delle sue Storie si narra di Amasis, un generale egizio che, inviato dal faraone Apries a sedare una rivolta, finì per mettersene a capo, innescando una vera e propria guerra civile.

Siamo nel periodo della 26a Dinastia, intorno al 570 avanti Cristo.

Per risolvere la questione Apries inviò al generale ribelle il suo messaggero più fidato, Patarbemis, insieme all'ordine di arrendersi e di consegnarsi.

In tutta risposta, come scrive Erodoto nel suo inglese un po' scolastico ma sempre efficace, "he rose up and farted", sollevò una gamba e fece partire un tremendo scoreggione.

E, all'esterrefatto messaggero, disse: "Take that back to Apries", portagli questa al faraone!

Il quale non dimostrò di avere molto sense of humor, dal momento che - ricevuto il "messaggio" - si lasciò prendere da una crisi di nervi e, all'incolpevole Patarbemis, fece tagliare naso e orecchi, ossia i testimoni dell'affronto.

Seguirono sei anni di guerra civile, al termine della quale il suscettibile faraone Apries fu sconfitto dal ribelle scoreggione Amasis che, ovviamente, si autoproclamò faraone a sua volta col nome di Amasis II.

Inoltre, per legittimare l'incoronazione, prese in sposa la figlia del deposto faraone. La principessa si chiamava Chedebnitjerbone ("si chiamava" da sola, visto il nome).

Sulla fine del povero Apries non si hanno notizie certe, poiché anche Erodoto, qualche volta, si faceva i suoi bei pisolini.

Le ipotesi accreditate sono due. La prima parla di un Apries consegnato alla folla esasperata da anni di guerre, linciato a morte e gettato nel Nilo in veste di croccantino per coccodrilli.

La seconda, quella ritenuta più probabile, è che egli sia stato dapprima imprigionato e quindi strangolato. Dalla qual cosa si desume che, in ogni caso, morire d'asfissia era scritto nel suo karma.

Per rendere più veritiero il racconto del faraone scoreggione
Lexi fa largo uso di effetti sonori e olfattivi.
Angie, forse, non apprezza tanto realismo
ma è una lezione di Storia che difficilmente potrà scordare.

Tuesday, November 10, 2009

All'ombra del Muro

Ai tempi del mio primo vecchio blog, uno dei pezzi che riscosse maggior interesse s’intitolava “Quando gli Americani eressero il Muro”.

Il pezzo prendeva spunto da un passaggio contenuto in un libro destinato ai licei italiani (“Stato giuridico, Stato economico”, Lattes editori), laddove si sosteneva testualmente che:

“Nel 1961 le potenze occidentali riuscirono ad attuare il proposito di separare materialmente Berlino in due zone con la costruzione di un muro che segnasse il confine tra il sistema capitalistico dell'ovest e l'economia socialista dell'est. Soltanto il 9 novembre 1989, il presidente della Germania Orientale Krenz d'intesa col presidente russo Gorbaciov, annunciò la demolizione del Muro e la riunificazione delle due Germanie".

Al che io scrissi le seguenti righe:

“E' vero. Me lo ricordo come se fosse oggi. Quei cattivoni di Americani eressero in una notte un Muro che divise in due la città di Berlino. Andò proprio così. Lo fecero a ragione. Per proteggere i cittadini occidentali dalla tentazione del socialismo reale. Lo fecero per impedire a quella moltitudine di depravati capitalisti di fuggire in massa verso il paradiso sovietico.

Sì. Me li ricordo tutti quegli occidentali disperati, nel tentativo di scavalcare il Muro per poter entrare nell'allegra Berlino Est e assaporare i frutti dell'Eden comunista. E me li ricordo tutti quei soldatacci americani, tutti quei Johnny semi-analfabeti, col mento unto di hamburger e il chewing-gum in bocca, falciare a raffiche di mitra quei fuggiaschi ingrati.

Ma Dio è buono e provvede. Ci fece il dono degli illuminati statisti venuti dall'Est. Ci misero quasi 30 anni, ma alla fine riuscirono eroicamente ad aprire una breccia nel Muro e ci accolsero tutti nelle loro acciaierie e nei loro ospitali gulag a 4 stelle. Mentre al Checkpoint Charlie un violoncellista del Bolshoi celebrava l'evento suonando Back in the U.S.S.R...
Grazie URSS! Grazie signor Gorbachev per aver fatto il culo a quel vecchio stronzo rincoglionito di Reagan!”

Perché ricordo questo? Perché in tutta quest'orgia celebrativa, dalla quale ho cercato di astenermi non essendo un’amante delle ricorrenze telecomandate, ho avuto la sensazione – leggendo e guardando un po’ di TV – che in fondo la Guerra Fredda sia stata una serie di litigi ed incomprensioni tra bambini dell’asilo, che dopo essersi tenuti il broncio per un bel po’ di tempo sono tornati ad essere amici e a darsi le pacche sulle spalle.

Si è cercato di non sottolineare troppo quello che in realtà fu, ossia la lotta sanguinosa tra due opposte visioni della realtà. Da una parte il mondo libero e aperto incarnato ed ispirato dalla democrazia americana, dall’altra un’ideologia feroce e criminale che, della libertà, era la negazione ed il suo esatto contrario. In una parola: il comunismo.

Nel fiume di retorica che ci ha sommerso nelle ore appena trascorse, è proprio questa parolina magica – “comunismo” – ad essere stata pronunciata con stitica parsimonia.

Tutti coloro che di quella nefasta ideologia furono aperti sostenitori o snobistici simpatizzanti si sono in fretta rialzati dalle macerie sotto le quali erano stati travolti e, come zombies, hanno ripreso a camminare sulle strade del libero mondo globalizzato e modellato dalla cattiva America, camuffando il loro peccato originale sotto la scorza di un’arrogante egemonia mediatica e culturale.

Avrei volentieri preso a sberle il Matt Lauer della NBC nel sentirgli dire, con l’atteggiamento di chi si erge – non si sa per quali meriti - a coscienza critica di un’intera nazione, che è “un po’ egocentrico” da parte della maggioranza degli Americani pensare a “quell’evento” (su, non fare il timido, dì pure: la sconfitta del co-mu-ni-smo) come a una vittoria Americana.

Ah no? E di chi sarebbe figlia allora “quella” vittoria?

Di Napolitano, che a 84 anni e ormai Presidente della Repubblica, ha finalmente capito quello che a 30 anni non capiva, visto che per lui i carri armati sovietici entrando in Ungheria portavano la pace?
Di D’Alema, che al momento delle picconate stava ancora sotto la bandiera con la falce e martello e adesso si appresta a diventare ministro degli esteri dell’Europa unita?
Di Anita Dunn, la responsabile delle comunicazioni della Casa Bianca, portavoce di Obama, che dichiara di considerare come suo filosofo di riferimento Mao Zedong, ossia un autentico demente nonché uno dei massimi criminali del secolo scorso?
Dei liberal snob come Ted Kennedy, che oggi riposa nel cimitero degli eroi di Arlington e che in quegli anni volava segretamente a Mosca per assicurare i sovietici che lui non li considerava certo l’Impero del Male come quel guerrafondaio cattivone di Reagan?

Reagan, appunto.

Persi in quest’oceano di blah-blah e di flatulenze verbali, verrebbe manzonianamente da chiedersi: chi era quel Carneade? Non si sa. Sebbene egli sia il vincitore più che morale di quanto stiamo discutendo, il suo nome passa a stento sulle labbra degli aedi della correttezza.

E’ divertente (si fa per dire) vedere lo stesso Lauer che, dopo aver filosofeggiato sulla natura egocentrica degli Americani (“la maggioranza degli Americani”, come egli stesso ammette), imbocca quasi Tom Brokaw, l’inviato a Berlino, fingendo di voler sapere come la pensano a riguardo i Tedeschi e se ci sono effettivamente riconoscenti.

La risposta che si affaccia spontanea alla mia mente sarebbe una sola: e chi se ne frega di cosa pensano i Tedeschi, se sono ingrati o riconoscenti? Chi ha la libertà nel sangue è pronto a combattere per regalarla a chi ne è privato, insieme alla libertà di farsi vomitare addosso.

Invece il buon giornalista dice che, in fondo, ai Tedeschi non importa granché degli Americani ma solo della loro riunificazione e questa è avvenuta soprattutto grazie al buon senso di Gorbachev che, in quei momenti cruciali, non pensò mai di mandare i carri armati.

Beh, vorrei vedere. Dopo aver cercato di tenere testa al “gioco d’azzardo” del bellicoso Reagan erano finiti in bolletta sparata! Gli unici carri armati che Gorbachev poteva spostare erano i modellini sul plastico del Cremlino. Per questo si è inventato la perestrojka, una suppostina che avrebbe dovuto abbassare la febbre di un corpo ormai cadavere.

Reso tale, stecchito e disintegrato, dal Presidente Cowboy. Colui che, senza sparare un colpo, ha vinto la Guerra Fredda e la Terza Guerra Mondiale, spedendo il comunismo nell’archeologia della Storia. L’immenso Ronald Reagan che, pure, il bravo giornalista politically correct riesce spudoratamente a non nominare mai, nemmeno per sbaglio.

Hanno parlato di tutto e di tutti. Si è rivisto il Kennedy del giugno 1963, quello dell’Ich bin ein Berliner e si è visto un Obama sottotono che, anziché rendere omaggio a un suo grande predecessore e quindi alla storia della nazione che egli guida, ha preferito sbrodolarsi addosso con fastidiosa autoreferenzialità: “Few would have seen on that day that their American ally would be led by a man of African descent”.

Ci mancava poco che chinasse la testa per chiedere scusa dell’arretratezza democratica del popolo americano che ci ha messo due secoli buoni a portare un nero alla Casa Bianca e, imperdonabilmente, non ha ancora concesso lo stesso onore a una donna, a un eskimese, a un ermafrodito e a un marziano.

Invece di parlare del cavolo a merenda, standosene a svariati fusi orari di distanza (ma il tempo per volare a Copenhagen e rimediare la figuraccia delle Olimpiadi l’aveva pur trovato), avrebbe fatto meglio ad ispirarsi al suo bel Kennedy e al posto di “I am a Berliner” dire semplicemente “I am busyho da fare, non mi rompete con cose che non mi riguardano…”

Hanno parlato di tutto e di tutti. Tranne del Presidente Cowboy, del Papa polacco (che pure, per aver ispirato la rivolta della Polonia cattolica e guidato i passi del magnifico elettricista con la Madonna sul bavero della giacca, si è beccato una pallottola radiocomandata dal KGB) e del comunismo nemico dell’Occidente.

E’ vero che la sconfitta del comunismo non ha generato quella “fine della storia” che Fukuyama teorizzava nel suo celebre libro e, anzi, lo squilibrio di poteri che si è così traumaticamente imposto ha finito per agevolare le condizioni che hanno portato sulla scena del nuovo secolo il terrorismo islamico, vale a dire il nuovo nemico che le democrazie occidentali sono tenute a combattere.

Ci si può chiedere se sia casuale il fatto che coloro che sono refrattari a riconoscere i meriti di chi ha sconfitto il comunismo, siano in buona parte anche quelli meno propensi a riconoscere la gravità della nuova minaccia.

***

(L'illustrazione d'apertura è tratta da un vecchio numero di Time ed è opera di Marvin Mattelson.
I due ritratti di Ronald Reagan sono opera di Everett Raymond Kinstler e sono presi da un meraviglioso sito che si chiama American Gallery).

Sunday, November 8, 2009

Sesso in 3D

Uscirà nell’aprile del prossimo anno Sex And Zen, il primo film porno in 3D.

Sarà un’esperienza unica e ultrarealistica, assicura il produttore Stephen Shiu.
Ogni spettatore proverà la sensazione di trovarsi nella stessa stanza dove si svolge l’azione, quasi a contatto con gli attori.

Cioè, in sintesi, se ho ben capito, si avrà proprio l’impressione che ti vengano addosso.

Friday, November 6, 2009

Il paladino Rolando

La scena clou di 2012, la nuova catastronzata di Roland Emmerich basata sulle presunte profezie Maya che individuerebbero entro quella data l’inderogabile fine del mondo, è quella che vede il crollo della basilica di San Pietro, spazzata via in pochi secondi dall’Armageddon climatico insieme alla massa dei fedeli-gonzi accorsi stupidamente alla solita recita del Papa pifferaio.

Successivamente a venir travolto ed inghiottito dalle onde dell’Apocalisse annunciata è il Cristo Redentor che abbraccia Rio de Janeiro dalla cima del Corcovado.

(Nella catastrofe non può naturalmente mancare la visione della Casa Bianca, abbattuta come un fuscello e disintegrata in pochi istanti con tutto il suo carico di peccati e nefandezze).

La religione ha danneggiato l’umanità”, ha sentenziato il prode Rolando alla presentazione del film.

E a chi gli domandava come mai, nelle scene di distruzione, vengono mostrati solamente i simboli della Cristianità e non quelli di altre religioni, che so, per fare un nome a caso: l’Islam, la risposta altrettanto categorica è stata: “Mica voglio trovarmi con una fatwa sulla testa!

Urca, un campione di coraggio!
Da paladino Rolando oggi lo promuoviamo a Cuor di Leone.

p.s.: Per altro, il prode Rolando ci tiene a far sapere che nella sua casa newyorkese fa bella mostra (si fa per dire) una foto-tarocca di Ahmadinejad in atteggiamento omoerotico.
Ci consola il fatto che, la sera del 21 dicembre 2012, insieme al Papa, a Gesù Cristo e al fresco successore del Presidente Obama, pure essa finirà nel cesso della gehenna postapocalittica.

Thursday, November 5, 2009

Napoleon in rags (Giuseppina, ho vinto!!)

Per la serie: Grande Giornalismo.

Il simpatico Los Angeles Times dedica un bel titolone alla sonora vittoria dei Democratici nel 23° Congressional District di New York, uno sperduto collegio del nord-est di cui la maggioranza degli Americani ignora l’esistenza o, al più, non saprebbe dire se si tratta ancora di Stati Uniti oppure di Canada.

Non basta. Con lo stesso entusiasmo il giornale parla della sonora vittoria dei Democratici in un collegio congressuale della California del Nord. Talmente importante che non specifica nemmeno quale (lo dico io: Decimo Distretto).

Nello stesso articolo, ma più in piccolino, tanto che ci vuole la lente d’ingrandimento, ricorda – bontà sua – che i Repubblicani si sono invece aggiudicati le elezioni per i governatorati di Virginia e New Jersey, fino a un anno fa solidi feudi obamiani.

Insomma. Un po’ come se Berlusconi facesse il pieno di voti in Toscana ed Emilia e Repubblica titolasse: “Trionfo di Bersani a San Martino di Castrozza”.

Wednesday, November 4, 2009

Oltre la croce

Partiamo da una constatazione. Da una parte c’è una signora finlandese che si ritiene offesa e minacciata per la presenza del crocifisso in una scuola italiana.

La Corte Europea, naturalmente, asseconda questa solitaria stramberia demenziale e imponendo, per i secoli a venire, il divieto di affissione del crocifisso finisce di fatto per offendere la sensibilità della stragrande maggioranza della popolazione italiana. Di questo ne sono sicura. C’è dunque qualcosa che non va.

Oltretutto, da quello che leggo, tutti i partiti politici italiani si sono dichiarati contrari o perplessi di fronte a questa decisione scellerata dell’Europa. E’ una questione di semplice buon senso. Che ovviamente manca a dei burocrati ideologizzati.

Qui non è in discussione la laicità dello stato. Che esiste, come è giusto, e nessuno lo mette in dubbio. Ma la laicità non deve diventare un idolo da adorare in maniera inflessibile e totalizzante. Il diritto va applicato anche con un pizzico di buon senso.

L’Europa (facendo finta che esista) avrebbe altre questioni molto più importanti di cui occuparsi (come per esempio cercare di diventare un’entità politica autorevole, cosa che dubito potrà mai essere), piuttosto che imporre in maniera arrogante, intollerante, burocraticamente stupida, il divieto di un qualcosa che non ha mai offeso nessuno, compresi i non-credenti, gli atei, gli agnostici, i simpatizzanti di Buddha e della dea Visnù.
Nessuna persona equilibrata e di buon senso si potrebbe sentire offesa o minacciata da un crocifisso. Tranne una signora finlandese e i signori della Corte Europea.

Non facciamo finta di non capire. Il crocifisso proibito è la prosecuzione di quel testo vuoto della Costituzione Europea che volutamente evitava di riconoscere le radici cristiane e giudaiche dell’Europa.
Il fatto che l’affissione del crocifisso nelle scuole italiane risalga all’epoca fascista cosa conta, quando sappiamo benissimo che esso rappresenta, per l’Europa e per l’Italia in particolare, il simbolo di una tradizione bimillenaria, culturalmente e spiritualmente unica, che di certo non può essere spazzata via da fredde leggi, da codici e codicilli.

Sono le radici, il tessuto, il corpo di tutta la sua storia, la sua civiltà, la sua cultura, i suoi valori civili. Valori che sono universali e che valgono per tutti, non-credenti compresi.
Nessuno obbliga a vedere il crocifisso come un oggetto di culto, ma tutti sono tenuti a riconoscere ciò che esso rappresenta per la civiltà italiana ed europea.

Oggi puoi togliere per decreto il crocifisso dalle scuole (e, secondo logica, mi aspetto anche che d’ora in poi nelle scuole italiane non ci siano nemmeno più le vacanze di Natale e di Pasqua, visto ciò che rappresentano).
Poi toglierai (forse l’hanno già fatto) Gesù Bambino dal presepe e dalle canzoncine natalizie.
Successivamente dovrai abbattere tutte le chiese, bruciare i libri di Sant’Agostino, di San Tommaso, la Divina Commedia, i dipinti di Giotto, di Mantegna, le composizioni sacre di Bach…Dovrai farlo altrimenti rischi di offendere la suscettibilità di qualche signora finlandese.

Non c’è proprio nulla di strumentale in questo. Quello che si mette in gioco non è certo il diritto alla laicità dello stato, bensì il riconoscimento dell’identità culturale di un continente o, in questo caso, di una specifica nazione.

Ed è proprio questo non voler riconoscere nel Cristianesimo le proprie radici ciò che condanna l’Europa ad essere un continente insignificante, senza futuro, morto, sostanzialmente inesistente.
Perché non esiste patriottismo o idem sentire che possa essere costruito in laboratorio, basandosi in maniera fredda e burocratica sul diritto laico, sull’idiozia conformista del politically correct, sulle aberrazioni del relativismo culturale e confessionale.

L’Europa che sta uscendo da questi cervelloni dal pensiero debole è un Frankenstein rattoppato, senza cuore, senz'anima, senza sentimento.
Una creatura mostruosa senza passato e, di conseguenza, senza futuro.

***

p.s.: Beninteso. Il virus dell’idiozia, come la febbre suina, si espande senza rispetto dei confini.
Non è un caso unicamente italiano. Da una decina d’anni in California si dibatte sull’opportunità o meno di mantenere esposta una croce d'acciaio visibile sul Sunrise Rock, un picco del Mojave Desert.
La croce fu piantata negli anni Trenta per commemorare tutti i soldati americani morti in guerra e nessuno ebbe mai a discutere sulla sua esposizione, fino a quando un ex-custode del parco, per altro un cattolico, denunciò il tutto come offensivo per le altre credenze.
Per cui spetterà alla Corte Suprema stabilire se una croce su una montagnola potrà continuare ad essere esposta o se dovrà essere rimossa.
Nel qual caso, è ovvio, rappresenterebbe un precedente inarrestabile, se solo pensiamo a tutte le croci esposte pubblicamente nei sacrari o nei cimiteri di guerra. Croci che, per secoli, hanno rappresentato per tutti la pietà e la sofferenza universale ma che, all’improvviso, per alcune anime belle, risultano essere scandalosamente, insopportabilmente offensive.
Nel frattempo, stupidità nella stupidità, in attesa del verdetto fatidico, la croce del Mojave è stata coperta da un orrendo telo che la fa sembrare un fantasma grottesco sospeso tra le nuvole. Questo per evitare ai trekkers e alle aquile calve di passaggio di restare sconvolti dalla visione di una croce, come è successo a una qualche signora finlandese.

Tuesday, November 3, 2009

Atheocracy

Beh, dai, lo si può capire.
Quando si passa tutto il tempo ad occuparsi delle questioni importanti - che so: la differenza tra confettura e marmellata, la lunghezza e la curvatura delle banane, la giusta circonferenza dei piselli - alla fine, per una volta, viene anche voglia di rilassarsi un po' e concedersi una cazzata.
Dai, adesso non mettiamoli in croce.
Blog Widget by LinkWithin