Friday, November 13, 2009

Loffa continua

(Dove si narra di colui che, per primo, inventò l'utilizzo della scoreggia come gesto di lotta e di potere)

Il primo, come sempre, fu Erodoto.

Nel Secondo Libro, capitolo 162, delle sue Storie si narra di Amasis, un generale egizio che, inviato dal faraone Apries a sedare una rivolta, finì per mettersene a capo, innescando una vera e propria guerra civile.

Siamo nel periodo della 26a Dinastia, intorno al 570 avanti Cristo.

Per risolvere la questione Apries inviò al generale ribelle il suo messaggero più fidato, Patarbemis, insieme all'ordine di arrendersi e di consegnarsi.

In tutta risposta, come scrive Erodoto nel suo inglese un po' scolastico ma sempre efficace, "he rose up and farted", sollevò una gamba e fece partire un tremendo scoreggione.

E, all'esterrefatto messaggero, disse: "Take that back to Apries", portagli questa al faraone!

Il quale non dimostrò di avere molto sense of humor, dal momento che - ricevuto il "messaggio" - si lasciò prendere da una crisi di nervi e, all'incolpevole Patarbemis, fece tagliare naso e orecchi, ossia i testimoni dell'affronto.

Seguirono sei anni di guerra civile, al termine della quale il suscettibile faraone Apries fu sconfitto dal ribelle scoreggione Amasis che, ovviamente, si autoproclamò faraone a sua volta col nome di Amasis II.

Inoltre, per legittimare l'incoronazione, prese in sposa la figlia del deposto faraone. La principessa si chiamava Chedebnitjerbone ("si chiamava" da sola, visto il nome).

Sulla fine del povero Apries non si hanno notizie certe, poiché anche Erodoto, qualche volta, si faceva i suoi bei pisolini.

Le ipotesi accreditate sono due. La prima parla di un Apries consegnato alla folla esasperata da anni di guerre, linciato a morte e gettato nel Nilo in veste di croccantino per coccodrilli.

La seconda, quella ritenuta più probabile, è che egli sia stato dapprima imprigionato e quindi strangolato. Dalla qual cosa si desume che, in ogni caso, morire d'asfissia era scritto nel suo karma.

Per rendere più veritiero il racconto del faraone scoreggione
Lexi fa largo uso di effetti sonori e olfattivi.
Angie, forse, non apprezza tanto realismo
ma è una lezione di Storia che difficilmente potrà scordare.

Tuesday, November 10, 2009

All'ombra del Muro

Ai tempi del mio primo vecchio blog, uno dei pezzi che riscosse maggior interesse s’intitolava “Quando gli Americani eressero il Muro”.

Il pezzo prendeva spunto da un passaggio contenuto in un libro destinato ai licei italiani (“Stato giuridico, Stato economico”, Lattes editori), laddove si sosteneva testualmente che:

“Nel 1961 le potenze occidentali riuscirono ad attuare il proposito di separare materialmente Berlino in due zone con la costruzione di un muro che segnasse il confine tra il sistema capitalistico dell'ovest e l'economia socialista dell'est. Soltanto il 9 novembre 1989, il presidente della Germania Orientale Krenz d'intesa col presidente russo Gorbaciov, annunciò la demolizione del Muro e la riunificazione delle due Germanie".

Al che io scrissi le seguenti righe:

“E' vero. Me lo ricordo come se fosse oggi. Quei cattivoni di Americani eressero in una notte un Muro che divise in due la città di Berlino. Andò proprio così. Lo fecero a ragione. Per proteggere i cittadini occidentali dalla tentazione del socialismo reale. Lo fecero per impedire a quella moltitudine di depravati capitalisti di fuggire in massa verso il paradiso sovietico.

Sì. Me li ricordo tutti quegli occidentali disperati, nel tentativo di scavalcare il Muro per poter entrare nell'allegra Berlino Est e assaporare i frutti dell'Eden comunista. E me li ricordo tutti quei soldatacci americani, tutti quei Johnny semi-analfabeti, col mento unto di hamburger e il chewing-gum in bocca, falciare a raffiche di mitra quei fuggiaschi ingrati.

Ma Dio è buono e provvede. Ci fece il dono degli illuminati statisti venuti dall'Est. Ci misero quasi 30 anni, ma alla fine riuscirono eroicamente ad aprire una breccia nel Muro e ci accolsero tutti nelle loro acciaierie e nei loro ospitali gulag a 4 stelle. Mentre al Checkpoint Charlie un violoncellista del Bolshoi celebrava l'evento suonando Back in the U.S.S.R...
Grazie URSS! Grazie signor Gorbachev per aver fatto il culo a quel vecchio stronzo rincoglionito di Reagan!”

Perché ricordo questo? Perché in tutta quest'orgia celebrativa, dalla quale ho cercato di astenermi non essendo un’amante delle ricorrenze telecomandate, ho avuto la sensazione – leggendo e guardando un po’ di TV – che in fondo la Guerra Fredda sia stata una serie di litigi ed incomprensioni tra bambini dell’asilo, che dopo essersi tenuti il broncio per un bel po’ di tempo sono tornati ad essere amici e a darsi le pacche sulle spalle.

Si è cercato di non sottolineare troppo quello che in realtà fu, ossia la lotta sanguinosa tra due opposte visioni della realtà. Da una parte il mondo libero e aperto incarnato ed ispirato dalla democrazia americana, dall’altra un’ideologia feroce e criminale che, della libertà, era la negazione ed il suo esatto contrario. In una parola: il comunismo.

Nel fiume di retorica che ci ha sommerso nelle ore appena trascorse, è proprio questa parolina magica – “comunismo” – ad essere stata pronunciata con stitica parsimonia.

Tutti coloro che di quella nefasta ideologia furono aperti sostenitori o snobistici simpatizzanti si sono in fretta rialzati dalle macerie sotto le quali erano stati travolti e, come zombies, hanno ripreso a camminare sulle strade del libero mondo globalizzato e modellato dalla cattiva America, camuffando il loro peccato originale sotto la scorza di un’arrogante egemonia mediatica e culturale.

Avrei volentieri preso a sberle il Matt Lauer della NBC nel sentirgli dire, con l’atteggiamento di chi si erge – non si sa per quali meriti - a coscienza critica di un’intera nazione, che è “un po’ egocentrico” da parte della maggioranza degli Americani pensare a “quell’evento” (su, non fare il timido, dì pure: la sconfitta del co-mu-ni-smo) come a una vittoria Americana.

Ah no? E di chi sarebbe figlia allora “quella” vittoria?

Di Napolitano, che a 84 anni e ormai Presidente della Repubblica, ha finalmente capito quello che a 30 anni non capiva, visto che per lui i carri armati sovietici entrando in Ungheria portavano la pace?
Di D’Alema, che al momento delle picconate stava ancora sotto la bandiera con la falce e martello e adesso si appresta a diventare ministro degli esteri dell’Europa unita?
Di Anita Dunn, la responsabile delle comunicazioni della Casa Bianca, portavoce di Obama, che dichiara di considerare come suo filosofo di riferimento Mao Zedong, ossia un autentico demente nonché uno dei massimi criminali del secolo scorso?
Dei liberal snob come Ted Kennedy, che oggi riposa nel cimitero degli eroi di Arlington e che in quegli anni volava segretamente a Mosca per assicurare i sovietici che lui non li considerava certo l’Impero del Male come quel guerrafondaio cattivone di Reagan?

Reagan, appunto.

Persi in quest’oceano di blah-blah e di flatulenze verbali, verrebbe manzonianamente da chiedersi: chi era quel Carneade? Non si sa. Sebbene egli sia il vincitore più che morale di quanto stiamo discutendo, il suo nome passa a stento sulle labbra degli aedi della correttezza.

E’ divertente (si fa per dire) vedere lo stesso Lauer che, dopo aver filosofeggiato sulla natura egocentrica degli Americani (“la maggioranza degli Americani”, come egli stesso ammette), imbocca quasi Tom Brokaw, l’inviato a Berlino, fingendo di voler sapere come la pensano a riguardo i Tedeschi e se ci sono effettivamente riconoscenti.

La risposta che si affaccia spontanea alla mia mente sarebbe una sola: e chi se ne frega di cosa pensano i Tedeschi, se sono ingrati o riconoscenti? Chi ha la libertà nel sangue è pronto a combattere per regalarla a chi ne è privato, insieme alla libertà di farsi vomitare addosso.

Invece il buon giornalista dice che, in fondo, ai Tedeschi non importa granché degli Americani ma solo della loro riunificazione e questa è avvenuta soprattutto grazie al buon senso di Gorbachev che, in quei momenti cruciali, non pensò mai di mandare i carri armati.

Beh, vorrei vedere. Dopo aver cercato di tenere testa al “gioco d’azzardo” del bellicoso Reagan erano finiti in bolletta sparata! Gli unici carri armati che Gorbachev poteva spostare erano i modellini sul plastico del Cremlino. Per questo si è inventato la perestrojka, una suppostina che avrebbe dovuto abbassare la febbre di un corpo ormai cadavere.

Reso tale, stecchito e disintegrato, dal Presidente Cowboy. Colui che, senza sparare un colpo, ha vinto la Guerra Fredda e la Terza Guerra Mondiale, spedendo il comunismo nell’archeologia della Storia. L’immenso Ronald Reagan che, pure, il bravo giornalista politically correct riesce spudoratamente a non nominare mai, nemmeno per sbaglio.

Hanno parlato di tutto e di tutti. Si è rivisto il Kennedy del giugno 1963, quello dell’Ich bin ein Berliner e si è visto un Obama sottotono che, anziché rendere omaggio a un suo grande predecessore e quindi alla storia della nazione che egli guida, ha preferito sbrodolarsi addosso con fastidiosa autoreferenzialità: “Few would have seen on that day that their American ally would be led by a man of African descent”.

Ci mancava poco che chinasse la testa per chiedere scusa dell’arretratezza democratica del popolo americano che ci ha messo due secoli buoni a portare un nero alla Casa Bianca e, imperdonabilmente, non ha ancora concesso lo stesso onore a una donna, a un eskimese, a un ermafrodito e a un marziano.

Invece di parlare del cavolo a merenda, standosene a svariati fusi orari di distanza (ma il tempo per volare a Copenhagen e rimediare la figuraccia delle Olimpiadi l’aveva pur trovato), avrebbe fatto meglio ad ispirarsi al suo bel Kennedy e al posto di “I am a Berliner” dire semplicemente “I am busyho da fare, non mi rompete con cose che non mi riguardano…”

Hanno parlato di tutto e di tutti. Tranne del Presidente Cowboy, del Papa polacco (che pure, per aver ispirato la rivolta della Polonia cattolica e guidato i passi del magnifico elettricista con la Madonna sul bavero della giacca, si è beccato una pallottola radiocomandata dal KGB) e del comunismo nemico dell’Occidente.

E’ vero che la sconfitta del comunismo non ha generato quella “fine della storia” che Fukuyama teorizzava nel suo celebre libro e, anzi, lo squilibrio di poteri che si è così traumaticamente imposto ha finito per agevolare le condizioni che hanno portato sulla scena del nuovo secolo il terrorismo islamico, vale a dire il nuovo nemico che le democrazie occidentali sono tenute a combattere.

Ci si può chiedere se sia casuale il fatto che coloro che sono refrattari a riconoscere i meriti di chi ha sconfitto il comunismo, siano in buona parte anche quelli meno propensi a riconoscere la gravità della nuova minaccia.

***

(L'illustrazione d'apertura è tratta da un vecchio numero di Time ed è opera di Marvin Mattelson.
I due ritratti di Ronald Reagan sono opera di Everett Raymond Kinstler e sono presi da un meraviglioso sito che si chiama American Gallery).

Sunday, November 8, 2009

Sesso in 3D

Uscirà nell’aprile del prossimo anno Sex And Zen, il primo film porno in 3D.

Sarà un’esperienza unica e ultrarealistica, assicura il produttore Stephen Shiu.
Ogni spettatore proverà la sensazione di trovarsi nella stessa stanza dove si svolge l’azione, quasi a contatto con gli attori.

Cioè, in sintesi, se ho ben capito, si avrà proprio l’impressione che ti vengano addosso.

Friday, November 6, 2009

Il paladino Rolando

La scena clou di 2012, la nuova catastronzata di Roland Emmerich basata sulle presunte profezie Maya che individuerebbero entro quella data l’inderogabile fine del mondo, è quella che vede il crollo della basilica di San Pietro, spazzata via in pochi secondi dall’Armageddon climatico insieme alla massa dei fedeli-gonzi accorsi stupidamente alla solita recita del Papa pifferaio.

Successivamente a venir travolto ed inghiottito dalle onde dell’Apocalisse annunciata è il Cristo Redentor che abbraccia Rio de Janeiro dalla cima del Corcovado.

(Nella catastrofe non può naturalmente mancare la visione della Casa Bianca, abbattuta come un fuscello e disintegrata in pochi istanti con tutto il suo carico di peccati e nefandezze).

La religione ha danneggiato l’umanità”, ha sentenziato il prode Rolando alla presentazione del film.

E a chi gli domandava come mai, nelle scene di distruzione, vengono mostrati solamente i simboli della Cristianità e non quelli di altre religioni, che so, per fare un nome a caso: l’Islam, la risposta altrettanto categorica è stata: “Mica voglio trovarmi con una fatwa sulla testa!

Urca, un campione di coraggio!
Da paladino Rolando oggi lo promuoviamo a Cuor di Leone.

p.s.: Per altro, il prode Rolando ci tiene a far sapere che nella sua casa newyorkese fa bella mostra (si fa per dire) una foto-tarocca di Ahmadinejad in atteggiamento omoerotico.
Ci consola il fatto che, la sera del 21 dicembre 2012, insieme al Papa, a Gesù Cristo e al fresco successore del Presidente Obama, pure essa finirà nel cesso della gehenna postapocalittica.

Thursday, November 5, 2009

Napoleon in rags (Giuseppina, ho vinto!!)

Per la serie: Grande Giornalismo.

Il simpatico Los Angeles Times dedica un bel titolone alla sonora vittoria dei Democratici nel 23° Congressional District di New York, uno sperduto collegio del nord-est di cui la maggioranza degli Americani ignora l’esistenza o, al più, non saprebbe dire se si tratta ancora di Stati Uniti oppure di Canada.

Non basta. Con lo stesso entusiasmo il giornale parla della sonora vittoria dei Democratici in un collegio congressuale della California del Nord. Talmente importante che non specifica nemmeno quale (lo dico io: Decimo Distretto).

Nello stesso articolo, ma più in piccolino, tanto che ci vuole la lente d’ingrandimento, ricorda – bontà sua – che i Repubblicani si sono invece aggiudicati le elezioni per i governatorati di Virginia e New Jersey, fino a un anno fa solidi feudi obamiani.

Insomma. Un po’ come se Berlusconi facesse il pieno di voti in Toscana ed Emilia e Repubblica titolasse: “Trionfo di Bersani a San Martino di Castrozza”.

Wednesday, November 4, 2009

Oltre la croce

Partiamo da una constatazione. Da una parte c’è una signora finlandese che si ritiene offesa e minacciata per la presenza del crocifisso in una scuola italiana.

La Corte Europea, naturalmente, asseconda questa solitaria stramberia demenziale e imponendo, per i secoli a venire, il divieto di affissione del crocifisso finisce di fatto per offendere la sensibilità della stragrande maggioranza della popolazione italiana. Di questo ne sono sicura. C’è dunque qualcosa che non va.

Oltretutto, da quello che leggo, tutti i partiti politici italiani si sono dichiarati contrari o perplessi di fronte a questa decisione scellerata dell’Europa. E’ una questione di semplice buon senso. Che ovviamente manca a dei burocrati ideologizzati.

Qui non è in discussione la laicità dello stato. Che esiste, come è giusto, e nessuno lo mette in dubbio. Ma la laicità non deve diventare un idolo da adorare in maniera inflessibile e totalizzante. Il diritto va applicato anche con un pizzico di buon senso.

L’Europa (facendo finta che esista) avrebbe altre questioni molto più importanti di cui occuparsi (come per esempio cercare di diventare un’entità politica autorevole, cosa che dubito potrà mai essere), piuttosto che imporre in maniera arrogante, intollerante, burocraticamente stupida, il divieto di un qualcosa che non ha mai offeso nessuno, compresi i non-credenti, gli atei, gli agnostici, i simpatizzanti di Buddha e della dea Visnù.
Nessuna persona equilibrata e di buon senso si potrebbe sentire offesa o minacciata da un crocifisso. Tranne una signora finlandese e i signori della Corte Europea.

Non facciamo finta di non capire. Il crocifisso proibito è la prosecuzione di quel testo vuoto della Costituzione Europea che volutamente evitava di riconoscere le radici cristiane e giudaiche dell’Europa.
Il fatto che l’affissione del crocifisso nelle scuole italiane risalga all’epoca fascista cosa conta, quando sappiamo benissimo che esso rappresenta, per l’Europa e per l’Italia in particolare, il simbolo di una tradizione bimillenaria, culturalmente e spiritualmente unica, che di certo non può essere spazzata via da fredde leggi, da codici e codicilli.

Sono le radici, il tessuto, il corpo di tutta la sua storia, la sua civiltà, la sua cultura, i suoi valori civili. Valori che sono universali e che valgono per tutti, non-credenti compresi.
Nessuno obbliga a vedere il crocifisso come un oggetto di culto, ma tutti sono tenuti a riconoscere ciò che esso rappresenta per la civiltà italiana ed europea.

Oggi puoi togliere per decreto il crocifisso dalle scuole (e, secondo logica, mi aspetto anche che d’ora in poi nelle scuole italiane non ci siano nemmeno più le vacanze di Natale e di Pasqua, visto ciò che rappresentano).
Poi toglierai (forse l’hanno già fatto) Gesù Bambino dal presepe e dalle canzoncine natalizie.
Successivamente dovrai abbattere tutte le chiese, bruciare i libri di Sant’Agostino, di San Tommaso, la Divina Commedia, i dipinti di Giotto, di Mantegna, le composizioni sacre di Bach…Dovrai farlo altrimenti rischi di offendere la suscettibilità di qualche signora finlandese.

Non c’è proprio nulla di strumentale in questo. Quello che si mette in gioco non è certo il diritto alla laicità dello stato, bensì il riconoscimento dell’identità culturale di un continente o, in questo caso, di una specifica nazione.

Ed è proprio questo non voler riconoscere nel Cristianesimo le proprie radici ciò che condanna l’Europa ad essere un continente insignificante, senza futuro, morto, sostanzialmente inesistente.
Perché non esiste patriottismo o idem sentire che possa essere costruito in laboratorio, basandosi in maniera fredda e burocratica sul diritto laico, sull’idiozia conformista del politically correct, sulle aberrazioni del relativismo culturale e confessionale.

L’Europa che sta uscendo da questi cervelloni dal pensiero debole è un Frankenstein rattoppato, senza cuore, senz'anima, senza sentimento.
Una creatura mostruosa senza passato e, di conseguenza, senza futuro.

***

p.s.: Beninteso. Il virus dell’idiozia, come la febbre suina, si espande senza rispetto dei confini.
Non è un caso unicamente italiano. Da una decina d’anni in California si dibatte sull’opportunità o meno di mantenere esposta una croce d'acciaio visibile sul Sunrise Rock, un picco del Mojave Desert.
La croce fu piantata negli anni Trenta per commemorare tutti i soldati americani morti in guerra e nessuno ebbe mai a discutere sulla sua esposizione, fino a quando un ex-custode del parco, per altro un cattolico, denunciò il tutto come offensivo per le altre credenze.
Per cui spetterà alla Corte Suprema stabilire se una croce su una montagnola potrà continuare ad essere esposta o se dovrà essere rimossa.
Nel qual caso, è ovvio, rappresenterebbe un precedente inarrestabile, se solo pensiamo a tutte le croci esposte pubblicamente nei sacrari o nei cimiteri di guerra. Croci che, per secoli, hanno rappresentato per tutti la pietà e la sofferenza universale ma che, all’improvviso, per alcune anime belle, risultano essere scandalosamente, insopportabilmente offensive.
Nel frattempo, stupidità nella stupidità, in attesa del verdetto fatidico, la croce del Mojave è stata coperta da un orrendo telo che la fa sembrare un fantasma grottesco sospeso tra le nuvole. Questo per evitare ai trekkers e alle aquile calve di passaggio di restare sconvolti dalla visione di una croce, come è successo a una qualche signora finlandese.

Tuesday, November 3, 2009

Atheocracy

Beh, dai, lo si può capire.
Quando si passa tutto il tempo ad occuparsi delle questioni importanti - che so: la differenza tra confettura e marmellata, la lunghezza e la curvatura delle banane, la giusta circonferenza dei piselli - alla fine, per una volta, viene anche voglia di rilassarsi un po' e concedersi una cazzata.
Dai, adesso non mettiamoli in croce.

Monday, November 2, 2009

Ottomamme

Secondo un recente studio delle Nazioni Unite, è nel Niger che si trovano le donne più prolifiche del globo. Mediamente ognuna di esse mette al mondo 8 figli a testa.

Trattandosi di un paese quasi totalmente musulmano non bisogna sorprendersi che le donne siano tutte ottomamme.

Sunday, November 1, 2009

Berluscoutlaw

Una casa editrice italiana, che ha acquistato i diritti per la traduzione di Hors la loi, una raccolta di biografie dei più grandi fuorilegge della storia, ha chiesto al suo autore, Laurent Maréchaux, di aggiungere per l’occasione un capitolo dedicato a Silvio Berlusconi.

Leggendo però che, tra i banditi presi in esame, c’è pure Calamity Jane, mi viene qualche dubbio sull’attendibilità di uno scrittore il cui nome sembra la ragione sociale di una pizzeria.

Martha Jane Cannary, in arte Calamity Jane, fu tante cose. Lavapiatti, cuoca, cameriera, ballerina di saloon, infermiera, guidatrice di carovana, scout dell’esercito, taverniera, attrazione circense nel Wild West Show di Buffalo Bill.

Era un’alcolizzata cronica, cavalcava e sparava meglio di un uomo, non esitò ad abbandonare la figlia (che lei diceva d’aver avuto da Wild Bill Hickok) e, all’occorrenza, si prostituiva.
Ma, a differenza di Belle Starr, altra leggendaria figura femminile del vecchio West, non fu mai una fuorilegge.

Per cui, già in partenza, questo libro si presenta con tutte le caratteristiche della patacca.
E, tra le tante forzature, manca poi l’unica verità. Ossia che Berluscoutlaw incontrava regolarmente Martha Jane a Fort Laramie, dove lei esercitava come prostituta.

Si dice che - forse per rendersi simpatico - si ostinasse a chiamarla Calatemy Jeans. Ma dopo che lei gli ebbe sputato il sigaro sul parrucchino si astenne per 120 anni dal fare altre battute e divenne un politico serio. Sicuramente il migliore nella storia di tutta la Contea.

Wednesday, October 21, 2009

Figlias & Papas

Suo padre, John Phillips dei Mamas & Papas (qui la sua storia), è morto da un pezzo e quindi, adesso, Mackenzie Phillips può dire quello che vuole.

Lo dice e lo scrive sulla biografia – High on Arrival – che sta promuovendo per le librerie e le TV degli States, portandosi dietro quel clamore che, inevitabilmente, significa soprattutto: copie vendute, articoli scandalistici, denaro.

A creare scalpore, a dare un senso di fastidio, non è il racconto dei biscottini impastati con la cocaina che il babbo le offriva quando aveva 11 anni.
Non è la sua iniziazione all’LSD quando, di anni, ne aveva 12.
Non è quel suo curriculum lunghissimo fatto di arresti, di sbronze e di sballi che l’hanno resa una delle tante teen drug addicts mai del tutto guarita (l’ultimo arresto è dello scorso anno).

Non è nemmeno sapere che sia stato un Mick Jagger già trentenne a cogliere la sua verginità di tredicenne.
Lei, questo, lo racconta da anni (anche se ogni volta cambia un po’ di particolari). Di come Jagger l’abbia spinta sul letto dicendole: “E' da quando hai 10 anni che volevo farlo”.

E’ una storia risaputa, questa. Ne aveva scritto lo stesso John Phillips nella sua autobiografia del 1986, Papa John, descrivendo Jagger come un romanticone che portava la colazione a letto alla sua bambina e, sul fatto che se la scopasse pure, concludeva dicendo: “Questo non fa di lui un eroe, ma nemmeno un violentatore”.

Poi, ci mancherebbe, da una parte c’è la legge della California, che fissa a 18 anni la cosiddetta age of consent, per cui qualsiasi maggiorenne che abbia rapporti sessuali con ragazze minorenni è da considerarsi uno stupratore.
E dall’altra c’è una realtà, fatta di ragazze che, nella norma della California del Sud, cominciano a fare l’amore al più tardi quando hanno 14 anni (e non sempre con coetanei). C’è Polanski in galera e Mick Jagger in classifica. Ma questa è un’altra storia.

La parte “succulenta” del libro di Mackenzie Phillips, la storia mai narrata, riguarda però un altro particolare.

E riporta a lei, ormai diciannovenne, e alla notte prima del suo primo matrimonio (il primo di tre), quando sente suo padre, fatto di droga, entrare nella sua stanza e lei, fatta di droga, lo accoglie nel suo letto e lo ama. In maniera consenziente.

Poi lei si sposa ma intanto continua a scopare anche con suo padre. Lo fa per dieci anni. Fino a quando si ritrova incinta e, non sapendo di preciso a chi attribuire la paternità del bambino, abortisce e mette fine al rapporto incestuoso.

Anche se, forse a causa di certe nebbie perenni che possono avvolgere la mente, ci sono conti che non tornano, visto che suo figlio (avuto da Shane Fontayne, già chitarrista nella band di Bruce Springsteen), è nato prima che – da quanto dice – smettesse di avere rapporti sessuali col padre.

Padre che, se fosse ancora vivo, oltre all’accusa di stupro e d’incesto, dovrebbe anche rispondere di un probabile omicidio.

Racconta infatti Mackenzie di quando, sempre da adolescente, venne violentata da un uomo al quale aveva chiesto un passaggio in macchina. In quell’occasione suo padre, preso con sé un fucile, si allontanò di casa per un paio di giorni.
Non gli ho mai chiesto cosa accadde e cosa fece”, dice oggi la donna. Ma ammette che l’eccitasse l’idea di avere un padre disposto a tanto pur di vendicarla e proteggerla.

Il libro e la vicenda tutta, come detto, sta creando non poco scalpore. Ma, come direbbe Whoopi Goldberg a proposito della morale della California del Sud, “we are a different kind of society”.
E forse, se glielo si chiede, potrebbe anche dire che questo non è proprio un caso di “incesto-incesto

Mackenzie e John Phillips

Spies like us (La farina nel sacco)

E tutto in una settimana.

Prima lo scrittore Christopher Andrews. Ammesso che sia tutta farina del suo sacco, questo qui, nel suo nuovo libro Defence of Realm, dice che nel 1917 l'allora giornalista (direttore del Popolo d'Italia) Benito Mussolini era sul libro paga dei servizi segreti di Sua Maestà britannica. E uno.

Poi il governo boemo. Ammesso che sia tutta farina del loro sacco, questi qui, aprendo gli archivi della vecchia Cecoslovacchia comunista, dicono che nell'elenco dei loro informatori c'era pure il giornalista Corrado Augias. E due.

Infine i servizi segreti messicani. Ammesso che sia tutta farina del loro sacco, questi qui, parlando del giornalista-scrittore Gabriel Garcia Marquez, dicono che non solo faceva la spia al soldo di Fidel Castro ma addirittura si dava da fare come trafficante d'armi. E tre.

Non lo so. Sarà pur vero che non ci sono più le mezze stagioni e che le chiacchiere non fanno farina, ma qui è tutto un fiorire incontrollato di betulle.

Monday, October 19, 2009

Il grande sonno

Per smentire quegli uccelli del malaugurio occidentali che, nei giorni scorsi, hanno dato l'ayatollah Khamenei se non morto perlomeno in stato comatoso, Teheran ha provveduto a diffondere un paio di scatti che testimoniano l'incontro, avvenuto l'altroieri, tra il presidente iraniano Ahmadinejad e il presidente senegalese Abdoulaye Wade.
Il tutto sotto l'occhio vispo del buon Khamenei...


...Il quale non ce ne vorrà se, a colpirci maggiormente in questa fotografia ufficiale, è il bellissimo abito tradizionale indossato con molta eleganza dal presidente Wade.
Talmente bello che...


...ci dispiace un po' nell'osservare come, nella seconda fotografia ufficiale dell'incontro, se lo sia tolto per indossare invece un più classico abito grigio.

In ogni caso, i nostri complimenti vanno al fantasioso presidente senegalese, dimostratosi più veloce di Madonna in scena a cambiarsi d'abito.
Anche se, bisogna dirlo, il suo pubblico, in questa occasione, ci sembra un tantino...ingessato.

§§§


Dando un'occhiata alle belle foto ufficiali diffuse nel tempo da Teheran, mi è sembrata carina questa, dove, al posto del senegalese Wade è seduto il russo Putin.
Stavolta però, a colpirmi, non è l'abbigliamento dell'ospite bensì quello dei padroni di casa, Ahmadinejad e Khamenei, seduti sempre nello stesso posto
E, non so perché, mi è venuta in mente quella storiella...


...di quando Luciano Moggi si recò in Francia per trattare l'acquisto di Zinedine Zidane, e questi gli si presentò con la barba lunga, la camicia aperta sul petto e tenuta fuori dai pantaloni, i jeans sbrindellati, gli zoccoli ai piedi e uno stuzzicadenti al lato della bocca.

Quando i due si rividero alcune settimane più tardi per firmare il contratto, Zizou indossava la stessa camicia aperta sul petto, gli stessi jeans sbrindellati, gli stessi zoccoli e aveva ancora la barba lunga di giorni e uno stuzzicadenti in bocca.
Moggi lo guardò alcuni secondi e poi gli disse: "Spero almeno che tu abbia cambiato lo stuzzicadenti".

§§§

p.s.: Anche la fotografia con Putin è stata scattata in ottobre. Del 2007, però.

Wednesday, October 14, 2009

Oh my (sweet) Lord!

Pare che Albano voglia citare per plagio Safire.
Forse addirittura Paul Anka.

Monday, October 12, 2009

Vincerò (i tre tenori)

Sarà che è l'unica occasione di vederne uno di loro vincere qualcosa, ma la convention del PD si preannuncia veramente entusiasmante.

Saturday, October 10, 2009

La Sindrome di Stendhal

Il Rozzo e il Nero

Blog Widget by LinkWithin