
Ai tempi del mio primo vecchio blog, uno dei pezzi che riscosse maggior interesse s’intitolava “
Quando gli Americani eressero il Muro”.
Il pezzo prendeva spunto da un passaggio contenuto in un libro destinato ai licei italiani (“
Stato giuridico,
Stato economico”, Lattes editori), laddove si sosteneva testualmente che:
“Nel 1961
le potenze occidentali riuscirono ad attuare il proposito di separare materialmente Berlino in due zone con la costruzione di un muro che segnasse il confine tra il sistema capitalistico dell'ovest e l'economia socialista dell'est. Soltanto il 9 novembre 1989, il presidente della Germania Orientale Krenz d'intesa col presidente russo Gorbaciov, annunciò la demolizione del Muro e la riunificazione delle due Germanie".
Al che io scrissi le seguenti righe:
“E' vero. Me lo ricordo come se fosse oggi. Quei cattivoni di Americani eressero in una notte un Muro che divise in due la città di Berlino. Andò proprio così. Lo fecero a ragione. Per proteggere i cittadini occidentali dalla tentazione del socialismo reale. Lo fecero per impedire a quella moltitudine di depravati capitalisti di fuggire in massa verso il paradiso sovietico.
Sì. Me li ricordo tutti quegli occidentali disperati, nel tentativo di scavalcare il Muro per poter entrare nell'allegra Berlino Est e assaporare i frutti dell'Eden comunista. E me li ricordo tutti quei soldatacci americani, tutti quei Johnny semi-analfabeti, col mento unto di hamburger e il chewing-gum in bocca, falciare a raffiche di mitra quei fuggiaschi ingrati.
Ma Dio è buono e provvede. Ci fece il dono degli illuminati statisti venuti dall'Est. Ci misero quasi 30 anni, ma alla fine riuscirono eroicamente ad aprire una breccia nel Muro e ci accolsero tutti nelle loro acciaierie e nei loro ospitali gulag a 4 stelle. Mentre al Checkpoint Charlie un violoncellista del Bolshoi celebrava l'evento suonando Back in the U.S.S.R...
Grazie URSS! Grazie signor Gorbachev per aver fatto il culo a quel vecchio stronzo rincoglionito di Reagan!”
Perché ricordo questo? Perché in tutta quest'orgia celebrativa, dalla quale ho cercato di astenermi non essendo un’amante delle ricorrenze telecomandate, ho avuto la sensazione – leggendo e guardando un po’ di TV – che in fondo la Guerra Fredda sia stata una serie di litigi ed incomprensioni tra bambini dell’asilo, che dopo essersi tenuti il broncio per un bel po’ di tempo sono tornati ad essere amici e a darsi le pacche sulle spalle.
Si è cercato di non sottolineare troppo quello che in realtà fu, ossia la lotta sanguinosa tra due opposte visioni della realtà. Da una parte il mondo libero e aperto incarnato ed ispirato dalla democrazia americana, dall’altra un’ideologia feroce e criminale che, della libertà, era la negazione ed il suo esatto contrario. In una parola: il comunismo.
Nel fiume di retorica che ci ha sommerso nelle ore appena trascorse, è proprio questa parolina magica – “comunismo” – ad essere stata pronunciata con stitica parsimonia.
Tutti coloro che di quella nefasta ideologia furono aperti sostenitori o snobistici simpatizzanti si sono in fretta rialzati dalle macerie sotto le quali erano stati travolti e, come zombies, hanno ripreso a camminare sulle strade del libero mondo globalizzato e modellato dalla cattiva America, camuffando il loro peccato originale sotto la scorza di un’arrogante egemonia mediatica e culturale.
Avrei volentieri preso a sberle il Matt Lauer della NBC nel sentirgli dire, con l’atteggiamento di chi si erge – non si sa per quali meriti - a coscienza critica di un’intera nazione, che è “un po’ egocentrico” da parte della maggioranza degli Americani pensare a “quell’evento” (su, non fare il timido, dì pure: la sconfitta del co-mu-ni-smo) come a una vittoria Americana.
Ah no? E di chi sarebbe figlia allora “quella” vittoria?
Di Napolitano, che a 84 anni e ormai Presidente della Repubblica, ha finalmente capito quello che a 30 anni non capiva, visto che per lui i carri armati sovietici entrando in Ungheria portavano la pace?
Di D’Alema, che al momento delle picconate stava ancora sotto la bandiera con la falce e martello e adesso si appresta a diventare ministro degli esteri dell’Europa unita?
Di Anita Dunn, la responsabile delle comunicazioni della Casa Bianca, portavoce di Obama, che dichiara di considerare come suo filosofo di riferimento Mao Zedong, ossia un autentico demente nonché uno dei massimi criminali del secolo scorso?
Dei liberal snob come Ted Kennedy, che oggi riposa nel cimitero degli eroi di Arlington e che in quegli anni volava segretamente a Mosca per assicurare i sovietici che lui non li considerava certo l’Impero del Male come quel guerrafondaio cattivone di Reagan?
Reagan, appunto.
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Persi in quest’oceano di blah-blah e di flatulenze verbali, verrebbe manzonianamente da chiedersi: chi era quel Carneade? Non si sa. Sebbene egli sia il vincitore più che morale di quanto stiamo discutendo, il suo nome passa a stento sulle labbra degli aedi della correttezza.
E’ divertente (si fa per dire) vedere lo stesso Lauer che, dopo aver filosofeggiato sulla natura egocentrica degli Americani (“
la maggioranza degli Americani”, come egli stesso ammette), imbocca quasi Tom Brokaw, l’inviato a Berlino, fingendo di voler sapere come la pensano a riguardo i Tedeschi e se ci sono effettivamente riconoscenti.
La risposta che si affaccia spontanea alla mia mente sarebbe una sola: e chi se ne frega di cosa pensano i Tedeschi, se sono ingrati o riconoscenti? Chi ha la libertà nel sangue è pronto a combattere per regalarla a chi ne è privato, insieme alla libertà di farsi vomitare addosso.
Invece il
buon giornalista dice che, in fondo, ai Tedeschi non importa granché degli Americani ma solo della loro riunificazione e questa è avvenuta soprattutto grazie al buon senso di Gorbachev che, in quei momenti cruciali, non pensò mai di mandare i carri armati.
Beh, vorrei vedere. Dopo aver cercato di tenere testa al “gioco d’azzardo” del bellicoso Reagan erano finiti in bolletta sparata! Gli unici carri armati che Gorbachev poteva spostare erano i modellini sul plastico del Cremlino. Per questo si è inventato la perestrojka, una suppostina che avrebbe dovuto abbassare la febbre di un corpo ormai cadavere.
Reso tale, stecchito e disintegrato, dal Presidente Cowboy. Colui che, senza sparare un colpo, ha vinto la Guerra Fredda e la Terza Guerra Mondiale, spedendo il comunismo nell’archeologia della Storia. L’immenso Ronald Reagan che, pure, il
bravo giornalista politically correct riesce spudoratamente a non nominare mai, nemmeno per sbaglio.
Hanno parlato di tutto e di tutti. Si è rivisto il Kennedy del giugno 1963, quello dell’Ich bin ein Berliner e si è visto un Obama sottotono che, anziché rendere omaggio a un suo grande predecessore e quindi alla storia della nazione che egli guida, ha preferito sbrodolarsi addosso con fastidiosa autoreferenzialità: “Few would have seen on that day that their American ally would be led by a man of African descent”.
Ci mancava poco che chinasse la testa per chiedere scusa dell’arretratezza democratica del popolo americano che ci ha messo due secoli buoni a portare un nero alla Casa Bianca e, imperdonabilmente, non ha ancora concesso lo stesso onore a una donna, a un eskimese, a un ermafrodito e a un marziano.
Invece di parlare del cavolo a merenda, standosene a svariati fusi orari di distanza (ma il tempo per volare a Copenhagen e rimediare la figuraccia delle Olimpiadi l’aveva pur trovato), avrebbe fatto meglio ad ispirarsi al suo bel Kennedy e al posto di “I am a Berliner” dire semplicemente “I am busy…ho da fare, non mi rompete con cose che non mi riguardano…”

Hanno parlato di tutto e di tutti. Tranne del Presidente Cowboy, del Papa polacco (che pure, per aver ispirato la rivolta della Polonia cattolica e guidato i passi del magnifico elettricista con la Madonna sul bavero della giacca, si è beccato una pallottola radiocomandata dal KGB) e del comunismo nemico dell’Occidente.
E’ vero che la sconfitta del comunismo non ha generato quella “fine della storia” che Fukuyama teorizzava nel suo celebre libro e, anzi, lo squilibrio di poteri che si è così traumaticamente imposto ha finito per agevolare le condizioni che hanno portato sulla scena del nuovo secolo il terrorismo islamico, vale a dire il nuovo nemico che le democrazie occidentali sono tenute a combattere.
Ci si può chiedere se sia casuale il fatto che coloro che sono refrattari a riconoscere i meriti di chi ha sconfitto il comunismo, siano in buona parte anche quelli meno propensi a riconoscere la gravità della nuova minaccia.
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(L'illustrazione d'apertura è tratta da un vecchio numero di Time ed è opera di Marvin Mattelson.
I due ritratti di Ronald Reagan sono opera di Everett Raymond Kinstler e sono presi da un meraviglioso sito che si chiama American Gallery).