Tuesday, March 17, 2009

Andarsene con grazia
















La morte è un visitatore solitario. Dopo che ha bussato alla nostra porta, nulla è più come prima.
Un posto vuoto a tavola, un letto intatto, un telefono che non squilla più alla solita ora, un’assenza grande e dolorosa nella nostra vita.
Veder morire qualcuno che amiamo profondamente, qualcuno che è parte della nostra famiglia e con noi ha diviso questo cammino terrestre, è un’esperienza straziante e desolata.
Dentro di noi si spezza qualcosa che, lo sappiamo, mai più si salderà. Scompare chi tanto abbiamo amato, il suo volto, il suo sorriso, le sue mani, i suoi occhi. Il suo corpo, per la prima volta e da ora per sempre, non potrà più rispondere al nostro bisogno di abbracci. E questo è terribile e doloroso oltre ogni dire.
La morte di chi amiamo è una prova che ci lascia ad ogni istante un senso di amaro smarrimento, di disperata solitudine. Vorremmo morire al suo posto, preghiamo perché ciò accada, ma quando arriva quel momento nessuno può sostituirsi all’altra. Ognuno muore solo e, per chi resta, non c’è altro che l’amaro rimpianto di dover vivere nella sua mancanza, che è anche una parte di te stessa.
L’esperienza umana è fatta di discontinuità, è un susseguirsi di avvicinamenti e allontanamenti. Quando, durante la nostra vita, litighiamo con una persona a cui vogliamo bene, sappiamo che in ogni momento possiamo riavvicinarci a lei, scusarci, fare pace, riderne insieme.
La morte, invece, non concede tregue temporali. La morte non è quella che gioca a scacchi con il cavaliere del Settimo Sigillo. Non scende a compromessi, non s’impietosisce nemmeno di fronte alla bestemmia del prendersi una giovane vita, togliendole come se niente fosse l’intierezza di un’esistenza che, ragionevolmente, avrebbe dovuto avere.
La morte sfonda quell’ultima frontiera della nostra esperienza conoscitiva. Quando ci rendiamo conto che non vedremo mai più chi amiamo, su di noi si abbatte una terribile realtà fatta di dolore e solitudine. L’assenza della sua voce, del suo volto, della sua vita intera, come si legge in una poesia di Sylvia Plath, cresce piano piano al nostro fianco, come un albero. "You will be aware of an absence, presently, growing beside you, like a tree".
Ma, a differenza della poetessa che, stremata e vinta dalla disperazione, si tolse la vita quand’era trentenne, il nostro compito è imparare a convivere con il dolore che un’assenza genera, curando quell’albero che cresce in noi e che da frutti che ora sembrano amari e non commestibili ma che un giorno, quando i ricordi aderiranno su di noi come una seconda pelle, ci nutriranno con dolcezza per tutto il tempo che ci sarà concesso vivere.
Nell’assistere una persona amata che sta per morire c’è spesso una lezione da imparare. Che c’è molta più forza in lei, nel momento in cui sta per andarsene, che non in noi che siamo destinati a rimanere qui.
Anche se magari lei è più giovane. Anche se magari il destino ha disposto che, nell'esperienza terrena, tu le facessi da sorella maggiore, cercando in tale veste di proteggerla dalle insidie e dalle brutture della realtà mondana. In quel momento ogni cosa si capovolge e anche se per tutto il tempo le sei stata accanto, tenendole la mano per non farla sentire sola, alla fine è lei ad infonderti quella forza e quel coraggio che ti vengono meno.
Le sue ultime parole saranno così la carezza più lieve ed amorevole che tu abbia mai ricevuto. “Non piangere per meio non sento male”…
Tu la supplichi di restare ancora un po’, di non lasciarti, di non andarsene così. Ma lei non c’è già più. Non ti sente più. Il suo corpo non ti può sentire, ma la sua anima, ora che ha iniziato il suo cammino verso la sua nuova dimora, si volta verso di te e ti sorride. Tu non la vedi ma è lì con te e ti ringrazia per tutto l’amore che hai saputo darle e che ora è l’unico bagaglio che può portare con sé.
Quel suo andarsene con grazia ti lascia devastata dentro ma è anche il dono più prezioso che puoi ricevere e che deve darti speranza per ogni nuovo giorno che ti è concesso vivere.
La speranza è sapere che la persona che tanto abbiamo amato e che ora non c’è più, nell’esatto momento in cui noi la piangiamo si troverà faccia a faccia con la Verità e non dovrà temere più nulla, perché c’è Chi si prenderà cura di lei e l’accoglierà con amore e tenerezza.
E, in quel luogo sicuro, lei ci aspetterà paziente. In quella sua nuova dimora fatta di pura luce e comprensione di ogni cosa. Dove il tempo non ha inizio e non ha fine. Dove ogni sofferenza svanisce. Dove finalmente, al termine del nostro viaggio, potremo trovare quella pace e quel conforto che adesso non abbiamo.

"You were born together, and together you shall be forevermore.
You shall be together when white wings of death scatter your days.
Aye, you shall be together even in the silent memory of God.”

(“Voi siete nati insieme, e insieme sarete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme sarete nella silenziosa memoria di Dio.”)

Kahlil Gibran


***

"Waiting to feel something",
a photograph by Lexi Amberson

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