Rino Gattuso e Albert Herter (pittore americano)Some trails are happy ones, others are blue. It's the way you ride the trail that counts.
Monday, May 18, 2009
Tuesday, May 12, 2009
Le dita dell'alba

Secondo un diffuso modo di dire della lingua inglese, quella che precede l’alba è l’ora più buia. Il momento più cupo di tutta quanta la notte. E non è solo un modo di dire.
Chiunque, come la scrivente, abbia dimestichezza con l’insonnia o, più semplicemente, ami concedersi talvolta l’attesa dell’alba, sa che è vero.
E sa che, ogni notte, può – almeno in parte – rivivere lo sgomento del primo uomo di fronte a quell’impenetrabile oscurità. Quando il mistero ed il miracolo di un nuovo giorno erano per lui qualcosa di ancora ignoto ed incomprensibile.
A chi è capitato di vivere quel momento, dev’essere passato per la testa un pensiero simile. In quel momento, se il mondo ci fosse ignoto e non sapessimo cosa sia il giorno, non potremmo immaginare - noi, povere talpe cieche - che, da lì a pochi istanti, le tenebre si diraderanno per aprirsi al mistero e ai colori di un nuovo giorno.
E anche quando la luce è gloriosamente generosa, tanta è la sua delicatezza e la sua poesia. E’ come se, davanti allo spuntare timido dell’alba, la luce accarezzasse il buio. Le sue dita appaiono all’orizzonte e, con delicata maestria, spogliano il mondo del suo mantello di tenebre.
Quietamente, ma in tutta la sua gloria, davanti a noi si apre il miracolo di una nuova alba, di un nuovo giorno.
Ora lo sappiamo. Tutta la nostra vita è un viaggio perpetuo che all’infinito si ripete e, ogni volta, ci conduce dall’oscurità alla luce.
E’ così quando siamo concepiti e viviamo i nostri primi mesi nelle acque buie del grembo materno. Nascere è il nostro primo passaggio dalle tenebre alla luce.
Poi, per il resto dell'esistenza, è la nostra mente a vivere rinchiusa nell’interno buio del suo involucro corporeo. Ogni pensiero, ogni parto dell’intelletto, è una scintilla di luce che scaturisce dalla nostra oscurità interiore e dona bagliori di riflessi divini alla nostra anima informe.
Ogni cosa nella vita, pur nella sua complessità, è meravigliosamente sincronizzata.
Le leggi della natura, della chimica, della fisica, l’insieme dei principi che, mischiandosi e influenzandosi a vicenda, consentono alla materia di esistere e di evolversi in eterno, s’incastrano perfettamente tra di loro secondo un ordine che ha del miracoloso e dello stupefacente e che non può essere del tutto casuale.
La vita, in ogni sua espressione, è un evento miracoloso. Che si ripete ad ogni nuovo giorno, ad ogni sorgere del sole, e all’infinito. Quasi mai ce ne rendiamo conto e, nella nostra mediocrità, nella nostra irriconoscente trascuratezza, diamo tutto per scontato.
Quando, al contrario, non ci dovremmo mai scordare con quanta grazia e generosità la Creazione ci offre i suoi doni, così unici e incomparabilmente preziosi.
E così, un altro giorno ancora, superata l’ora più buia della notte, ci appare l’alba, svelandosi lentamente come nella più sensuale delle danze. E’ la ciclica ed eterna sorpresa che ci risveglia al cuore della natura. Ed è anche un tempo carico di promesse e privilegi.
Così, ogni volta, nei miei frequenti giri notturni, non posso fare a meno di sorprendermi e di emozionarmi di fronte allo spettacolo miracoloso dell’alba.
Seduta in macchina, sgomenta e felice, lascio che i colori cangianti dell’alba mi feriscano gli occhi e mi segnino l’anima.
E’ come se quella luce, tutta la luce dell’universo, si svelasse d'incanto per indicare – lì, da qualche parte e tutt’intorno – la presenza segreta di ciò che è divino e da cui ogni cosa dipende.
Wednesday, May 6, 2009
Gianobama e gli Armeni d'America

Fino a un po’ di anni fa la città di Glendale era una tranquilla area residenziale. Una specie di città-dormitorio, dieci miglia a nord dal cuore di Los Angeles.
Moderata criminalità, il piacevole panorama delle Verdugo Mountains sullo sfondo e, girando tra il Brand Boulevard e la Chevy Chase Drive, la sensazione confortante di stare quasi sulla main street di una qualsiasi small town del Midwest.
Conosco piuttosto bene la zona. Mio padre ci abita con la sua famiglia e quindi la bazzico un po’. Negli anni ho visto i cambiamenti.
Per cominciare (e ancora non hanno finito) si sono messi a costruire in maniera forsennata, con un rispetto dell’ambiente perlomeno discutibile. Ad ogni angolo, lavori in corso e cantieri, complessi condominiali in serie e orrende overscale houses appoggiate alle colline, che hanno finito per modificare e deturpare lo skyline della zona.
In compenso, oltre ad avere un ambiente che si fa di giorno in giorno sempre più brutto, il costo della vita, a Glendale, è praticamente il doppio rispetto al resto dello Stato. Mi sembra giusto.
C’è da dire, però, che questa rimane tutto sommato una delle aree più sicure di L.A.. Difficile trovarsi in mezzo a qualche sparatoria, venire ammazzata da uno sconosciuto o essere violentata sul marciapiede, come può più facilmente accadere in altre parti.
Qui è ancora possibile passare la notte in giro, a bere caffè con gli amici o ascoltare musica, e non essere importunata da qualche disgraziato.
Però, e questa è l’unica cosa che non cambia mai, devi ringraziare Dio se alla fine della giornata riesci a ritrovare la tua macchina tutta intera. A Glendale c’è un'attrazione viscerale per le automobili. Specie quelle degli altri. Quando non le trovano in strada, vengono a portartele via nel garage di casa. Non dico tanto per dire, lo fanno per davvero.
Ma ad essere cambiata radicalmente, negli ultimi anni, è la geografia umana di Glendale, la sua composizione etnica e demografica, soprattutto dopo che è diventata la città statunitense con la più alta concentrazione di Armeni (quasi 55 mila, un quarto della città). Se non ho capito male quanto mi hanno detto, Glendale sarebbe la quarta città d’Armenia, in quanto a popolazione.
Tutto questo, inutile dirlo, qualche problema con il resto degli abitanti l’ha creato.
C’è chi dice che gli armeni non cerchino sufficientemente una corretta integrazione ma che facciano un muro intorno alla loro comunità.
Chi li accusa di parlare solo nella loro lingua, ma questo, a dire il vero, succede con tutte le etnie minoritarie e, per quanto mi riguarda, una delle cose meravigliose di Los Angeles è proprio il fatto che questa città sia una autentica Babilonia di suoni e linguaggi diversi. A chi si lamenta di non riuscire ad ascoltare un po' di regular English per cinque minuti di fila, dico sempre: “vai a vivere a Boulder, Colorado, allora, e lì, se vuoi, mettiti a parlare come Laurence Olivier”. Qui è così, se ti pare.
Poi però c’è la storia che le gangs giovanili degli armeni sono subito entrate in rotta di collisione con le più tradizionali gangs ispaniche, in special modo la Tooner Ville Rifa, quella apparentata alla mafia messicana, e quindi le strade e le piazzette intorno alle scuole sono diventate i luoghi adatti per le imboscate al crepuscolo e gli assalti al coltello.
Ma, anche in questo caso, si tratta di una minestra riscaldata: tutto nasce dalla lotta per affermarsi nella società americana come preferred minority group. Già visto altrove, magari con altri protagonisti.
Quello che, però, irrita maggiormente molti residenti è il fatto che gli Armeni, con la loro presenza compatta e concentrata, stanno facendo di Glendale la “loro” città, portando di peso le loro istanze all’interno di tutta quanta la comunità.
Lo scorso 24 aprile, per esempio, c’è stata una manifestazione che, pur mantenendosi pacifica, ha avuto momenti di qualche tensione, particolarmente quando, alla fine, il corteo ha fatto tappa davanti ai cancelli del consolato turco, sul Wilshire Boulevard, e lo slogan più ripetuto era “Shame on Turkey”.
Più timidamente, ma perfettamente udibile, ha fatto capolino anche una contestazione nei confronti del Presidente Obama.
Sono tanti i ragazzi dell’Armenian Youth Federation che, dopo aver sostenuto e lavorato per la campagna di Obama, oggi sono piuttosto delusi per certe promesse disattese.
C’è una spiegazione.
Il 28 luglio 2006 l’allora senatore dell’Illinois, Barack Obama, scrisse al Segretario di Stato, Condoleezza Rice, per lamentarsi della decisione di richiamare in patria John Evans, l'ambasciatore americano in Armenia, reo di aver adoperato il termine “genocidio” per descrivere il massacro operato dall’impero ottomano turco nel periodo 1915-1923, che portò allo sterminio di oltre un milione e mezzo di armeni.
(Chi fosse interessato, questa è la lettera ufficiale inviata da Obama a Rice).
Nella lettera Obama definisce la posizione degli Stati Uniti “untenable”, insostenibile.
Successivamente, durante la campagna elettorale, Obama dichiarò: “As President I will recognize the Armenian genocide”. Grande soddisfazione tra gli Armeni d’America.
Tuttavia, durante la recente visita in Turchia, Gianobama ha evitato di adoperare la parola “genocidio”, così come, al ritorno negli Stati Uniti, ha disatteso le residue speranze della comunità armena, non accettando di riconoscere il 24 aprile come data ufficiale dell’Armenian Memorial Day.
”Obama, keep the promise!”, recitava una slogan della manifestazione.
Come direbbero a Roma: “armeno quella”…
Friday, May 1, 2009
Te l'avevo detto io
Sta suscitando un certo clamore l'improvviso outing dell'attrice Kelly McGillis."Con gli uomini ho chiuso", ha confessato a SheWired l'indimenticata Top Gun girl.
"Ora so di essere lesbica".
Beh, se è per quello, bastava che leggesse la mitica Lesbipedia e l'avrebbe saputo già due anni fa.
(Vedi: Lesbipedia-M, giugno 2007)
Subscribe to:
Posts (Atom)




