Friday, July 31, 2009

Gli zombies di Romero

Non si può certo dire che al regista George Romero faccia difetto la fantasia.
Infatti:

Negli anni '60 diresse un film in cui l'umanità era minacciata dagli zombies, i cosiddetti morti viventi (Night of the Living Dead, 1968).

Negli anni '70 diresse un film in cui l'umanità era minacciata dagli zombies, i cosiddetti morti viventi (Dawn of the Dead, 1978).

Negli anni '80 diresse un film in cui l'umanità era minacciata dagli zombies, i cosiddetti morti viventi (Day of the Dead, 1985).

Negli anni '90 ebbe un inaspettato blocco dell'ispirazione ed entrò in crisi creativa.

Finché un giorno, alla sua casa di produzione, gli dissero: "Senti, George, tu che hai così tanta fantasia, perché non inventi una storia originale, qualcosa che non si sia mai vista prima?"...
George ci pensò un po' su, giusto una quindicina d'anni, finché...

...anni Duemila, diresse un film in cui l'umanità è minacciata dagli zombies, i cosiddetti morti viventi (Land of the Dead, 2005).

Per cui, non lo nascondo, è con una certa emozione che accolgo la notizia secondo la quale George Romero, alle soglie dei nuovi anni '10, tornerà con la sua ultima opera (in alto il fotogramma di una delle scene più spaventose), della quale, ci scommetto, non immaginate nemmeno la trama...
Beh, in anteprima assoluta, che ci crediate o meno, posso dirvi che si tratta di un film in cui l'umanità è minacciata dagli zombies, i cosiddetti morti viventi (Survival of the Dead, 2009).

§§§

p.s.: A proposito di morti viventi, mi sembra appropriata questa notizia letta sul sito dell'ANSA, secondo la quale il Presidente della RAI confessa di non capire niente di decoders televisivi (e, quindi, di tecnologie legate al tipo di società che dirige).
Negli Stati Uniti un manager che esprimesse incompetenza, disorientamento e sfiducia nei confronti di qualcosa riguardante la società per la quale è pagato verrebbe immediatamente spedito sulla panchina del parco, dove - al massimo - potrebbe occuparsi di carrozzine e cruciverba.

Tuesday, July 21, 2009

Walesa, Havel e la puttana russa

Alcuni giorni fa Lech Walesa e Vaclav Havel, insieme ad una ventina d’intellettuali e personalità politiche appartenenti a quei paesi dell’Europa centrorientale che per 45 anni furono tenuti sotto il giogo del comunismo sovietico, hanno scritto questa lettera aperta al Presidente Obama, chiedendogli di non rinunciare al programma di protezione antimissilistica che prevederebbe l’installazione di basi in Polonia e Repubblica Ceka.

La lettera è interessante e molto articolata (non poteva essere diversamente, visto la qualità morale e intellettuale dei personaggi) e di sicuro i giornali italiani ne avranno dato ampio risalto...

Leggerla mi ha però fatto venire alla mente un aneddoto, forse non troppo conosciuto, riguardante Winston Churchill e Dwight Eisenhower, nel momento in cui il primo, ormai ottantenne, rivestiva per l’ultima volta la carica di premier della Gran Bretagna, mentre il secondo era appena stato eletto Presidente degli Stati Uniti.

I due non si potevano sopportare. Al di là di un’apparenza di circostanza, a dividerli c’era un’antipatia reciproca nata nei giorni dello sbarco in Normandia.
Churchill considerava Eisenhower una testa di cazzo e Eisenhower ripagava Churchill chiamandolo, nelle conversazioni private, “vecchio rimbambito”.

Alla morte di Stalin (marzo 1953), Churchill prospettò al neo-Presidente Americano un atteggiamento nuovo e più fiducioso nei confronti dell’Unione Sovietica, dando quindi un’apertura di credito nei confronti di Kruschchev.

In tutta risposta Eisenhower, con una schiettezza e una volgarità tipicamente americane, gelò il vecchio alleato dicendogli che per lui l’Unione Sovietica non era altro che “a woman of the streets who has a new dress or has just patched up the old but it’s certainly the same whore underneath”…una donna di strada che si è messa un nuovo abito o ha rammendato il vecchio ma che, sotto, rimane pur sempre la stessa puttana di prima.

Ecco. Probabilmente Havel e Walesa, nello scrivere a Obama, non hanno pensato alle puttane o agli abiti – rammendati o meno – che può avere indosso il furbo Putin. Però, stringi stringi, il senso è quello.

Monday, July 20, 2009

Walter Cronkite & "figli"


Un
tizio, una volta, sparò a un giornalista. Lo mancò e uccise un passante.
Ci dispiace per il passante, però le intenzioni erano buone.


Non so spiegare, ma...le celebrazioni post mortem che giornali e televisioni di tutto il mondo hanno dedicato alla figura di Walter Cronkite mi hanno lasciato una sensazione indefinita…

Voglio dire…il vecchio anchorman che, ogni sera, si congedava dalle Evening News con il suo immancabile motto “and that’s the way it is”…celebrato, magnificato, santificato proprio da chi, come slogan della propria professionalità, dovrebbe dire “and that’s the way it isn’t”…
Un po’ come se Jenna Jameson dicesse di essersi ispirata a Madre Teresa di Calcutta.

Insomma, per farla breve, devo ancora decidere se ridere o mettermi un dito in gola.

* * *

GIANLUCA NERI: E se a uno fosse passata, o stesse passando, la voglia di raccontare?
LEXI AMBERSON: Si spara come Hemingway. Oppure fa il giornalista.

(23 gennaio 2009)

Friday, July 17, 2009

50 anni senza Lady Day

Cinquant’anni fa, la mattina del 17 luglio 1959, moriva Billie Holiday, la cantante più commovente, più emozionante che mai si sia ascoltata.

Sebbene fosse ormai moribonda e immobilizzata a letto, per più di un mese la sua stanza al Metropolitan Hospital di New York venne piantonata giorno e notte da un poliziotto.

Lady Day (così era stata soprannominata dal suo amato Lester Young, morto quattro mesi prima) era sostanzialmente in stato d’arresto per detenzione d’eroina.

E, in un’apoteosi di ottusità burocratica, temendo chissà che cosa, il giudice aveva persino disposto il sequestro della radio, del giradischi e dei fiori (quei pochi fiori che pochi ammiratori ancora le mandavano).
Grande vergogna americana.

Quando morì, quel venerdì mattina di 50 anni fa, Billie Holiday aveva 44 anni.
L’ascolti oggi e, nella sua voce, in ogni parola di ogni sua singola canzone, trovi racchiusa la bellezza e la disperazione della Vita.

Alla fine, nell’esaminare il suo corpo, le trovarono addosso 750 dollari arrotolati in una calza. Era l’anticipo per una serie d’interviste ad un giornale. In banca, sul conto, non aveva che 70 cents. Nient’altro.

Non ebbe un funerale show. Però è stata la più grande di tutte.

***
Qui si può ascoltare For All We Know, dal suo ultimo album Lady In Satin.

"For all we know we may never meet again
Before you go make this moment sweet again
We won’t say goodnight until the last minute
I’ll hold out my hand and my heart will be in it

For all we know this may only be a dream
We come and go like a ripple on a stream
So love me tonight, tomorrow was made for some
Tomorrow may never come... for all we know"

Thursday, July 16, 2009

Wise men say...

Non sempre la political correctness paga. Aver scelto Sonia Sotomayor (donna e ispanica) per l’incarico di giudice della Corte Suprema si sta rivelando un boomerang per il Presidente Obama.

Una conferma di ciò sta avvenendo in questi giorni durante i confirmation hearings al Senato.
La nomina della Sotomayor non è in discussione, ma ci sono stati passaggi talmente sgradevoli ed imbarazzanti che persino numerosi commentatori di area democratica o liberal hanno avanzato dubbi sull’adeguatezza di questa persona a rivestire un incarico così cruciale nell’ambito della giustizia americana.

Il peccato originale della Sotomayor risale ad alcuni anni fa quando sostenne che “una saggia donna latina” era più qualificata a saper giudicare di un qualsiasi “maschio bianco”. Concetto ribadito in diverse altre occasioni e soltanto due giorni fa “rinnegato” in una forma tutt’altro che convincente.

Certo, se volessimo continuare con le barzellette (perché questa, pur se involontariamente, è una barzelletta) potremmo dire che anche un cinese saggio o un bantù saggio sono migliori giudici di un bianco “qualsiasi”; così come un bianco qualsiasi sarà sempre miglior giudice di un cinese cretino o di un bantù cretino e, forse, addirittura anche di una donna latina cretina.

Purtroppo però la nomina a giudice della Corte Suprema non è, non dovrebbe essere, una barzelletta. Scegliere come giudice supremo qualcuno che ha in sé un pregiudizio che nasce dal risentimento e da una forma di vittimismo razziale non è una buona scelta. Non è una scelta…saggia.

Un po’ spiace (ma non sorprende) che, a commento di questa vicenda, gli ormai sfiatati entertainers come David Letterman o Jimmy Kimmel, anziché trovare appigli comici o sarcastici, non dico sull’intoccabile Obama (non sia mai!), ma almeno sullo strisciante razzismo della Sotomayor, non riescano a fare di meglio che tirare in ballo (chissà poi perché) per la miliardesima volta la sfruttatissima Sarah Palin.

Che poi - apro parentesi - sull’autentico, inarrestabile linciaggio mediatico operato nei confronti di quest’ultima, bisognerà un giorno riflettere.
Un conto è opporsi a idee politiche che non si condividono. Invece l’accanimento violento verso una persona, il suo aspetto fisico, i suoi familiari, la sua vita privata, non è altro che una forma di miseria intellettuale o, come diceva Ayn Rand, “a return to the primitive”.

Alla televisione, nei teatri, sui blogs e sui giornali, in quest’ultimo anno abbiamo assistito a scenette “comiche” dove Sarah Palin veniva stuprata da gangs di teppisti, bruciata in chiesa con tutta la sua famiglia, chiamata puttana o descritta come tale, così come le sue figlie; dove il marito faceva la parte del cornuto e dell’ebete semianalfabeta intento a pratiche incestuose; dove persino il figlio down veniva ridicolizzato per il suo handicap.

Eppure, nonostante i limiti del buon gusto siano stati ampiamente superati, i democratici comedians americani non intendono demordere da quest’osso ormai spolpato.

Così come, per tornare, alla vicenda Sotomayor, non sorprende affatto la consueta banalità, imprecisione, ignoranza dei giornali e dei mass-media in generale. I quali si ostinano a parlare di Sonia Sotomayor come del primo giudice ispanico nominato (sottinteso: da un Democratico, per di più nero) alla Corte Suprema Americana.

Prima di lei, molto prima di lei, ci fu in realtà il giudice Benjamin Cardozo, nominato nel 1932 dal Presidente Hoover (dispiace dirlo: Repubblicano e per di più bianco).
Non vorrei che questa innocente "dimenticanza" dipendesse dal fatto che Cardozo, oltre ad essere un (maschio) ispanico, fosse anche, malauguratamente, ebreo.

Sarebbe interessante che, nell’atto di assumere l’incarico di “primo” giudice ispanico della Corte Suprema, la “saggia” Sotomayor rileggesse il pensiero di Benjamin Cardozo.
Il quale sosteneva che “una decisione libera deve andare al di là dei particolari transitori e affermare invece valori che abbiano significato permanente”.

Lui sì era un “saggio latino”.

Saturday, July 4, 2009

Una buona giornata all'inferno

E’ bellissimo.
Erano anni che non ci si svegliava il 4 di luglio sentendoci tutti così orgogliosamente, gloriosamente Americani.

Qui è l’inferno”, fa sapere il generale Larry Nicholson dalla provincia di Helmand, Afghanistan meridionale, it's a hell of a fight!, ed è musica alle nostre orecchie, per troppo tempo ripiegate e mortificate a causa della pestifera cantilena del Texano Merdoso.

Gloria ai valorosi giornalisti che, moderni aedi d’illiaca stirpe, cantano le gesta di soldati eroici che credevamo ormai prigionieri di un passato senza ritorno.
Finalmente possiamo di nuovo decidere di ammazzare chi vogliamo senza che ci venga in mente di dare fuoco all’Old Glory.

E’ bellissimo.
Obama parla e dispone e, di colpo, 4.500 marines si rovesciano sull’Helmand River Valley, sparando a più non posso, picchiando come fabbri, ammazzando che è un piacere.
Era dai tempi del Vietnam che non si vedeva una così bella escalation!
E per non dire delle bombe quasi quotidiane, from Barack with love, che si abbattono sul Pakistan. Pura sinfonia.

Finalmente, adesso, l’hanno capito tutti da che parte sta Dio e Dio – non poteva essere più chiaro! – sta con Obama e con gli Stati Uniti d’America.

A sentire il suo nome (quello di Obama) i nemici svengono; alcuni – i più increduli – vengono trasformati in statue di sale; molti altri finiranno per convertirsi.
I più irriducibili, infine, verranno schiacciati, spazzati via dall’orda divina dei marines di Obama e del generale Nicholson. Non più eroici resistenti, come al tempo infausto del Texano Merdoso, ma soltanto pulciosi talebani del cazzo, montanari straccioni scopatori di capre.

La vittoria sarà nostra, from the halls of Montezuma to the shores of Tripoli, e non avrà su di sé l’odore del sangue, la puzza di merda. Solo la Gloria di ciò che E’.

Non è mai stato così bello.

"Oh well, it's been a good day in hell
And tomorrow I'll be glory bound"


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