Nello scorso mese di giugno lo stato africano del Gabon ha pianto la scomparsa del suo Presidente, Omar Bongo.Nessuno al mondo se n’è accorto, trattandosi dopotutto di un personaggio secondario.
Secondario nel senso che, con i suoi 42 anni ininterrotti di governo, occupava la seconda posizione nella classifica dei più longevi detentori di potere.
Morendo, lo stronzone ha così interrotto la rincorsa a Fidel Castro Ruz, il quale, con i suoi 50 anni di regime, si attesta solidamente al comando, senza più rivali che possano impensierirlo.
E anche se nessuno sa dove si trovi esattamente il Gabon, in questo momento di cordoglio ci preme ricordare alcune (tra le tante) cose belle che quest’uomo ha fatto nel suo lungo regno.
Innanzitutto Bongo era una persona generosa. Ai suoi 30 figli ufficiali (avuti da tre mogli e svariate amanti) garantì sempre qualche ministero nei suoi vari governi, dimostrandosi quindi un padre premuroso ed imparziale.
A chi gli faceva notare che il Gabon era uno dei paesi col maggior livello di morte infantile, lui rispondeva che, però, era anche il paese col maggior consumo pro-capite di champagne al mondo. Il che, mi sembra, tagli la testa al toro.
Una volta fece praticamente rapire Miss Perù, di cui si era invaghito, per farne la sua nuova amante.
Giunti a palazzo le mostrò il suo enorme lettone (un regalo di Putin?), ma di fronte al diniego di quella stupida oca incaica (“Non sono mica una prostituta!”), si comportò da vero gentiluomo, lasciandola andare dopo averle sequestrato il passaporto e le carte di credito.
Per due settimane non si ebbero più notizie della povera scema e soltanto dopo le rimostranze del governo di Lima (“Sommergeremo Libreville col nostro guano puzzolente!”) riapparve miracolosamente nelle sale dell’ambasciata peruviana.
In questo caso, per essere pignoli, come trombeur de femmes il buon Bongo si dimostrò un vero dilettante. L’esperienza insegna infatti che, prima di mostrare un lettone alla donna che si vuole conquistare, occorre gratificarla con un segno concreto di stima, offrendole per esempio il ministero che garantisce pari opportunità nel consumo di champagne.
Un altro momento memorabile fu quando il ministro degli esteri norvegesi, Thorbjorn Jagland, nel riceverlo a Oslo, si rivolse a lui dicendo: “Bongo from Congo”.
Probabilmente quel vacuo ministro vichingo, oltre all’elmetto cornuto, aveva in testa la spensierata canzoncina che il simpatico Danny Kaye era solito gorgheggiare con le Andrew Sisters. Quella che fa:
Bongo, Bongo, Bongo I don't wanna leave the Congo
Oh, no, no, no, no, no
Bingle, bangle, bungle I'm so happy in the jungle
I refuse to go
La gaffe scatenò una guerra diplomatica tra Norvegia e Gabon. Una crisi la cui importanza per gli scenari strategici mondiali è seconda soltanto alla crisi dei missili sovietici a Cuba e alla crisi libico-elvetica tuttora in corso.
Inutile dire, quindi, come la perdita di Omar Bongo ci faccia sentire un po’ tutti orfani. L’unica consolazione è che, al suo posto, deciso a perpetrarne l’epopea, ci sia Ali Ben Bongo, uno dei suoi trenta figli.
Anche se, bisogna dirlo, l’elezione del nuovo Bongo è stata violentemente contestata dall’ex-ministro degli interni del vecchio Bongo.
Saremmo tentati di liquidare il tutto come una sciocchezza, se non che il nome di tale ex-ministro ci induce ad essere riflessivi e dubbiosi.
Il suo nome, infatti, è Obame. Il che, istintivamente, ci induce a considerarlo come il vero e unico Presidente. Oh yes.


























