Wednesday, March 31, 2010

L'orso russo e il gatto persiano


Stupore dunque al New York Times, dove la vittoria elettorale di Berlusconi è giunta “inaspettata”.

I redattori dell’autorevole quotidiano, bisogna riconoscerlo, non perdono occasione di far sempre la parte di quel tizio che, soltanto dopo innumerevoli assaggi, alla fine capisce che quello che ha mangiato non era cioccolata.

Saturday, March 27, 2010

Thursday, March 25, 2010

La Pasqua di Barack O'Bunny


Da circa 130 anni, ogni lunedì di Pasqua, nei giardini della Casa Bianca si svolge l’Easter Egg Roll, una sorta di picnic festoso nel quale il Presidente accoglie molte famiglie di cittadini comuni.

Il clou della giornata è rappresentato dalla tradizionale corsa in cui i bambini spingono sul prato le uova colorate aiutandosi con dei lunghi cucchiai, incitati da Easter Bunny, il coniglietto che solitamente porta i doni di Pasqua.
Alla fine tutti i bambini ricevono dal Presidente e dalla First Lady un uovo in legno lavorato in ricordo della giornata.

La Casa Bianca, per quest’anno, ha annunciato di aver riservato 3.000 ingressi gratuiti a studenti delle scuole pubbliche di Washington.
Niente da fare per i bambini che frequentano scuole private o religiose. Per questa volta non avranno l’onore di stringere la mano a Barack O’Bunny.

A dire il vero ci sono rimasti un po’ male e così alla Casa Bianca si sono affrettati a rincuorarli: non tutto è perduto, bambini…Ci sono ancora alcuni biglietti a disposizione…Iscrivetevi alla lotteria online e sperate nel ripescaggio…Peccato soltanto che quando l’hanno detto la lotteria era già chiusa da 20 giorni. Che sfiga.

Naturalmente questo vuol dire che nemmeno Malia e Sasha, rispettivamente First e Second Daughters d’America, potranno festeggiare la Pasqua rincorrendo il coniglietto magico nei giardini di quella che ancora per un paio d’anni sarà la loro casa, dal momento che frequentano la Sidwell Friends School, un noto istituto privato d’ispirazione quacchera.

Lo stesso dicasi per Naomi, Finnegan e Maisy, i meno conosciuti nipotini di Joe Biden…

Vorrà dire che a Pasqua staranno chiusi in camera a fare i compiti, così imparano ad andare nelle scuole private o parrocchiali da 30mila dollari l’anno.
E per punizione si dovranno leggere uno dei libri in programma obbligatorio nelle scuole pubbliche. Un libro a caso. Facciamo: Barack Obama, Son of Promise, Child of Hope, autrice Nikki Grimes, 48 pagine, 16 dollari e 99.

E poco male se la lettura del sopracitato libro è causa sicura di diabete. Adesso con la riforma sanitaria ci si ammala tutti che è un piacere.

Insomma, l'Easter Egg Roll è tutta un’altra cosa rispetto a quando George & Laura invitavano addirittura i bambini delle coppie omosessuali. Quei due depravati.

Mani pulite (la macchia umana)



Non capisco tutto questo pensar male sul fatto che Obama e Netanyahu abbiano evitato di stringersi le mani.

E’ solo che, in quel momento, nei paraggi, non c’era Bill Clinton su cui potersele pulire.

Wednesday, March 24, 2010

Piccoli berlusconi crescono

Bellissima questa storia del bimbo ghanese di Modena che si chiama Silvioberlusconi.

Adesso manca solo di trovare un bimbo africano che si chiami Umbertobossi e poi a Gianfranco Fini viene un coccolone.

Nella foto: Silvio Berlusconi (è quello a destra) con il piccolo Silvioberlusconi Boahene (5 anni)

Tuesday, March 23, 2010

Buona la prima

Intervistata da GQ, la starlet Rielle Hunter ha rivelato di essere andata a letto con John Edwards la prima volta che si sono incontrati, aggiungendo però di non essere stata la sua amante ma di aver solo recitato un ruolo.

Beh, l’ha recitato talmente bene che ha subito ottenuto la parte.

Monday, March 22, 2010

Moon Dancer

Parte stasera la decima stagione di Dancing With The Stars, l'unico programma TV di cui non perdo una puntata.

Ognuno ha le proprie debolezze. Io amo ballare. Sono una brava ballerina, ma siccome mi sono sposata l'orso Baloo non mi resta altro ormai che guardare trasognata le altre coppie che scivolano lievi sulla pista al ritmo della musica. Sigh...

Quest'anno, a garantire un po' di pepe alla competizione, ci saranno tra gli altri Shannen Doherty (che per me resterà sempre la Prue Halliwell di Charmed) e la Pamelona Anderson, che dovrà dimostrare di essere a suo agio col paso doble quanto lo fu in passato con i bagnini muscolosi e i pompini domestici.

Però, in un certo senso, la presenza più romantica sarà quella di Buzz Aldrin, lo space cowboy dei sogni, il Magellano dell'era spaziale, un autentico moon walker a denominazione d'origine controllata.

E' vero che oggi il vecchio Buzz ha 80 anni suonati ma, lo dico con affetto, per uno che ha camminato sulla luna danzare con le stelle sarà un gioco da ragazzi.

Sunday, March 21, 2010

Iniziate le grandi manovre per l'attacco all'Iran

Dieci containers contenenti 387 bunker-buster bombs sono partiti la settimana scorsa dai cantieri militari di Concord, in California, in direzione delle isole Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.

Non ci sono dubbi che l’operazione, svoltasi in maniera quasi furtiva e senza la copertura dei media americani, vada interpretata in chiave anti-Iran.

Il carico, nello specifico, si compone di 195 ordigni Blu-110 e di 192 ordigni Blu-117, in grado di individuare, penetrare e distruggere i bunker sotterranei nemici. In questo caso quelli del regime di Teheran.
In attesa di poter disporre di una bomba ancora più potente e precisa, la MOP, che si sta mettendo a punto nei laboratori di White Sands, in New Mexico.

Le isole Diego Garcia, pur appartenendo alla Gran Bretagna, sono utilizzate dal 1971 come base per operazioni militari da parte degli Stati Uniti.
In seguito a questa concessione gli abitanti nativi dell’isola (circa duemila persone) sono stati forzatamente esiliati alle Seychelles e alle Mauritius.
Attualmente l’isola è occupata da 3.200 soldati americani, ai quali si aggiunge, in forma simbolica, un personale militare britannico composto da non più di 50 persone.
Nel corso degli anni questa base è stata utilizzata dal governo americano per le operazioni di attacco in Iraq nel 1991 e nel 2003 ed era già operativa durante la guerra del Vietnam.

Questo non significa che un attacco sia imminente, ma è chiaro che si tratti di un modo per far capire a Teheran che, di fronte ad un prolungato stallo diplomatico senza sbocchi, Washington non escluderebbe affatto di affidarsi all’opzione militare.

E, in questi tempi, è anche un monito a Teheran affinché non valuti gli attuali dissapori tra l’amministrazione Obama e Netanyahu come un segnale di progressivo “disinteresse” americano per le sorti d’Israele. Soprattutto se questo comportasse un’accelerazione del cosiddetto “programma nucleare” iraniano.

Intervenendo pochi minuti fa su questo argomento, il senatore Evan Bayh ha ammesso pessimisticamente che “forse è giunto il momento di considerare l’opzione finale, ossia l’uso della forza”.
Aggiungo che la dichiarazione è stata accolta da applausi e ricordo che il senatore Bayh, oltre ad essere un Democratico, è stato fino all’ultimo in ballottaggio con Biden per l’incarico di Vice-Presidente. Non è, come si suol dire, l’ultima ruota del carro.

Su tutto questo, sui containers pieni di bombe, i media americani mantengono per ora un silenzio abbastanza sospetto. Chi sicuramente ne parlerà, almeno con Obama, sarà Netanyahu, in arrivo martedì.
Anzi, secondo spifferi da fonte molto attendibile, il premier israeliano chiederà esplicitamente di poter disporre di un certo numero di bunker-buster bombs made in U.S.A.
Se le otterrà non lo sapremo subito. Ma non è nemmeno detto che dovremo aspettare molto per saperlo.

Wednesday, March 17, 2010

L'Eveide



















Quiz: scopri il personaggio
Della sua amica Cameron Diaz apprezza soprattutto due qualità. La prima è la facilità con la quale è in grado di digerire rumorosamente.
Dice infatti di lei: “Cameron è una grande ruttatrice ed io l’invidio molto perché a me invece queste cose non vengono”.

Tuesday, March 16, 2010

Paesi bassi


I - L'infermiera specializzata


In Olanda sta per essere lanciata una campagna informativa per ribadire che, tra i compiti del personale infermieristico, non sono compresi servizi di natura sessuale.

Ci mancherebbe.
Tuttavia c'è delusione tra i pazienti.
Si capisce. In fondo tutto quello che ci si aspetta da un'infermiera è che sia un po' alla mano.


II - Piccolo-grande amore

Per mancanza di firme, si è sciolto in Olanda il Partito dei Pedofili.
Per riassorbire la delusione, gli iscritti si concederanno un lungo periodo di riflessione in convento.

Monday, March 15, 2010

Quando il gang banger twitta


Quando ero una ragazzina, sui 13-14 anni, feci con mio padre una bellissima vacanza a Lake Tahoe e, a Incline Village, sulla punta estrema del lago, dalla parte del Nevada, andammo a visitare Ponderosa, il ranch di Bonanza.

Ci fecero salire su una diligenza. Ad un certo punto, mentre stiamo facendo il giro della tenuta, da una radura spuntano alcuni banditi a cavallo che ci rincorrono sparandoci contro.
Ma ecco che, quand’ormai stiamo per essere raggiunti, dal nulla esce un cowboy solitario che, schivando tutte le pallottole, stende i banditi, uno dopo l’altro, facendoli sbalzare di sella e atterrare a peso morto nella polvere. Whao e superwhao!

Finita la sparatoria, i banditi si rialzano scrollandosi la polvere dai pantaloni. Noi li applaudiamo entusiasti e gli stringiamo la mano.
Poi, tutti insieme (turisti, banditi e pistolero solitario), sostiamo alcuni minuti sulle tombe della famiglia Cartwright. Ci sono tutti. Ben Cartwright con i suoi tre figli: Adam, Hoss e Little Joe.
Un momento toccante, rotto soltanto dall’improvvida decisione di mio padre di rivelarmi come, in realtà, lì sotto non ci sia nessuno.

Un paio d’anni dopo Ponderosa fu acquistata da David Duffield, il fondatore della People Soft e uno degli uomini più ricchi della California, e siccome a questi non fregava niente di Bonanza, la chiuse per sempre ai turisti nonostante l’opposizione del governo del Nevada.

Quando l’ho saputo il mio primo pensiero è andato a quei “banditi” e al cowboy che così eroicamente era intervenuto in nostro soccorso. Ma la preoccupazione per il loro destino si è subito dissolta. Fortunatamente c’è ancora spazio e lavoro, nel west americano, per questi anonimi stuntmen specializzati in rievocazioni storiche ad uso turistico.

Questo ricordo è riaffiorato in me, in uno strano percorso di associazioni mentali, pensando alle visite turistiche che, in piena Los Angeles, si svolgono nei quartieri che fanno da teatro alle “imprese” delle street gangs giovanili.

A scoprirsi un animo imprenditoriale è un ex-appartenente alla gang ispanica Florencia 13, il quale ha fatto le cose in grande. Un tour in 13 tappe, per le vie e i quartieri simbolo della criminalità losangelena, con tanto di ciceroni indigeni che ti spiegano nel loro linguaggio tutto quello che c’è da sapere in proposito.

I biglietti vanno acquistati con largo anticipo (c’è sempre il tutto esaurito) e, tanto per accrescere il brivido, ti fanno pure firmare una liberatoria che svincola l’organizzazione da qualsiasi responsabilità di fronte ad eventuali “attacchi mortali” da parte delle gangs.
Il tutto per la modica cifra di 65 dollari (prezzo “di lancio”, in quanto il biglietto costerebbe 100 dollari) e un pasto gratuito.

Non manca il sito internet, Twitter (al momento 142 seguaci) e Facebook (589 fans).

Non so se ridere o fare una pernacchia.
Un conto è dare al turista la rappresentazione di un mondo (quello del vecchio West) che non esiste più ma che è parte importante della storia americana e non era certo limitato alle azioni banditesche.
Tutt’altra cosa, invece, storicizzare in forma quasi apologetica una realtà – soltanto negativa – che rappresenta tuttora una delle voci principali della criminalità di L.A.

Fanno un po’ ridere questi gangbangers ipertatuati, dall’aspetto truce e dal vocabolario ridotto. Amano le belle macchine, la droga, hanno il culto macho della violenza e una particolare forma di rispetto per le loro puttane.
Quando però sono loro a finire pestati e sanguinanti, per lo scontro con una gang rivale o con la polizia, allora si presentano piagnucolanti in qualche emergency room e pretendono adeguate cure mediche da chi non esiterebbero ad accoltellare se solo lo trovassero fermo ad un semaforo nella parte sbagliata della città.

L’aspetto ancora più grottesco e per molti versi incomprensibile è che a scortare il bus dei turisti nel loro viaggio attraverso i gironi infernali delle street gangs è una macchina della polizia.
Il motivo me l’hanno spiegato ma io non stavo ad ascoltare. Sfogliavo un catalogo in cerca del cofanetto con tutto Bonanza in dvd e la cosa mi prendeva molto di più.

Wednesday, March 10, 2010

Tom Hanks è un cretino

Domenica sera debutterà The Pacific, nuova miniserie in 10 puntate incentrata sulle vicende di un gruppo di Marines impegnati a fronteggiare i giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale.
Una specie di spin-off, in ambientazione asiatica, del fortunato Band of Brothers.

L’argomento m’interessa ma, dopo aver sentito la presentazione che di questa serie ne fa uno dei produttori, ossia Tom Hanks (l’altro è Steven Spielberg), ho deciso che non la guarderò affatto.

Tuesday, March 9, 2010

Piccole scopate

L’azienda farmaceutica svizzera Lamprecht AG ha messo in vendita un nuovo tipo di preservativo extra small destinato ai ragazzi dai 12 ai 14 anni.

Tralasciamo per il momento di chiederci quanti siano i dodicenni che avranno il coraggio di entrare in farmacia per comprare una confezione di profilattici oppure se scoppierà la moda di domandarli a Natale insieme alla Xbox 360 e all’ultima avventura di Super Mario per Nintendo.

Monday, March 8, 2010

Quello che sta a destra è a sinistra


In breve, la notizia è questa: la scorsa settimana, a Sacramento, era stato arrestato Roy Ashburn, senatore repubblicano della California, sorpreso a guidare in stato di evidente ubriachezza.

55 anni, sposato e padre di quattro figli, Ashburn è un politico particolarmente inviso alla comunità gay della California poiché, in questi anni, si è sempre opposto con decisione a qualsiasi iniziativa che fosse favorevole ai diritti degli omosessuali.

Quanto detto sarebbe ininfluente, senonché la notizia dell’arresto si è presto arricchita di due particolari significativi: sulla vettura, a fianco del senatore, sedeva un uomo (la cui identità non è stata resa nota) ed entrambi avevano appena trascorso la serata da Faces, un noto nightclub per gay e lesbiche della capitale californiana.

Un paio d’ore fa l’epilogo, con il senatore Ashburn che, ad una radio di Bakersfield, ha ammesso di essere gay.
Per la cronaca, prima di congedarsi ha anche dichiarato che cercherà aiuto nella fede cristiana e ha chiesto alla gente di pregare per lui.

Mentre ero lì che ascoltavo la sua confessione pubblica, non so perché ma mi è venuta in mente una vecchia canzone di Johnny Cash.

Ho amato, amo, moltissimo Johnny Cash. La sua voce profonda, da baritono di saloon, quel suo raccontare di vite perennemente in bilico tra la perdizione e la redenzione evangelica, Bibbia e superalcolici. Niente di più americano.

In un suo vecchio album degli anni Sessanta c’era questa canzone scritta da Jack Clement che si chiamava The One On The Right Is On The Left (qui il video).

Il pezzo racconta, in forma umoristica e bizzarra, le vicissitudini di un gruppo folk dalle promettenti capacità musicali che finisce per buttare tutto all’aria a causa delle incompatibilità politiche dei singoli membri.
Ma quello che rende spiritosa la canzone, almeno per le orecchie americane, è il modo in cui viene descritta la confusione dei ruoli:

Quello che sta a destra era a sinistra
e quello che sta in centro era a destra
Quello che sta a sinistra era in centro
e il tipo che sta in disparte, beh, quello era un Metodista”.

Per cui, che volete che vi dica?, a me un politico di centro-destra che parla per anni contro i gay e alla fine si scopre che è gay, mi fa venir voglia di cantare Johnny Cash.

Adesso, quello che sta a sinistra lavora in banca
e quello che sta in centro guida un camion
Quello che sta a destra fa il deejay
e il tipo che sta in disparte, beh, quello l’hanno arruolato”.

Sunday, March 7, 2010

Gocce d'acqua (12)

Tom Selleck e Red Baron Pizza

Pierluigi Bersani e Gargamel

Julia Dietze e Piper Perabo

Tecumseh e Zlatan Ibrahimovic

John Kerry e Herman Munster

Mandy Moore e Rachel Bilson

Bill Gates e Janet Reno

Saturday, March 6, 2010

Lacrime di coccodrillo sul pasticcio armeno


Il Presidente Obama è incavolato nero, ma davvero tanto, per il guaio in cui il Foreign Affairs Committee del Congresso lo ha cacciato facendo approvare (23 voti a 22) una risoluzione in base alla quale il massacro subito dalla popolazione armena ad opera del governo ottomano a partire dal 1915 viene ufficialmente riconosciuto come “genocidio”.

Il Segretario di Stato, Hillary Clinton, su indicazione di Obama, ha cercato in tutti i modi di far recedere la commissione dal mettere al voto la risoluzione, ma inutilmente.

Possiamo però dire di essere di fronte ad una puntata di Dilettanti allo sbaraglio ed il Presidente può solo rimproverare se stesso e la sua attitudine ad essere con troppa frequenza un Giano Bifronte.

E’ una vicenda che parte da lontano e che vale la pena riassumere.

Innanzitutto: che quello subito dagli Armeni un secolo fa sia stato un vero e proprio genocidio non ci piove. Tuttavia la risoluzione approvata dal Congresso è un colossale errore politico.

Come prima cosa, non credo sia compito dei parlamenti dei singoli stati giudicare eventi avvenuti altrove in un periodo di tempo ormai coniugabile solo al passato remoto.
Perché, altrimenti, si potrebbe ricorrere a qualsiasi accadimento storico. Si potrebbe ricordare come i comunisti titini buttarono gli italiani nelle foibe, come gli americani non sempre usarono gentilezza verso i nativi, ma anche come Assurbanipal schiavizzò gli Egizi.

E’ tutto vero. Da sempre l’uomo uccide l’uomo e i popoli si massacrano tra di loro ed è giusto che i fatti vengano registrati, condannati, ricordati, storicizzati. Ma è altrettanto evidente, e politicamente consigliabile, che ci deve anche essere un limite temporale entro il quale un massacro, che pure è stato un genocidio, diventa argomento ad esclusivo uso degli storici e non dei parlamenti.

In particolare, per tornare alla risoluzione votata dal Congresso, a rendere sconsigliabile questa scelta ci sono motivazioni di opportunità politica contingente.

1) Il voto arriva nel momento in cui Obama sta cercando di far approvare nuove sanzioni contro l’Iran dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove una poltrona è occupata dalla Turchia.
2) Il 70% dei trasporti aerei destinati all’Iraq transita dalla Turchia, che potrebbe quindi per ritorsione far mancare le basi logistiche all’esercito americano, una su tutte: Incirlik.
3) Solo pochi mesi fa il governo americano aveva mediato tra Turchia e Armenia riuscendo a far riavvicinare i due paesi con la prospettiva della riapertura delle reciproce frontiere. Ora, con questa crisi diplomatica, tutto torna in discussione.
4) Tra Turchia e Iran c’è un accordo per il passaggio del gas naturale. Un accordo ovviamente malvisto a Washington ma che potrebbe anche condizionare in negativo il processo di accettazione della Turchia, sempre in bilico tra integralismo islamico e laicismo (come si è visto anche nei recenti episodi interni), nell’ambito della Comunità Europea.

Senza contare come, in anni recenti, gli Stati Uniti hanno avuto il loro bel daffare nel frenare le truppe turche dall’entrare nel nord dell’Iraq e fare piazza pulita dei curdi.

Non mi sembra difficile da capire, quindi, come sia politicamente pericoloso voler affermare a tutti i costi un principio, per altro già storicamente accertato, su un fatto che risale a quasi cento anni fa, mettendo a serio rischio le relazioni odierne e future con un paese che fa da porta agli equilibri strategici in Medio Oriente.

Ora. Come entra il Presidente Obama in tutto questo?

Bisogna tornare al 28 luglio 2006 e a questa lettera ufficiale che l’allora senatore dell’Illinois scrisse al Segretario di Stato, Condoleezza Rice, per lamentarsi della decisione (oggi – ma anche allora – si capisce quanto saggia) di richiamare in patria John Evans, l’ambasciatore americano in Armenia, reo di aver adoperato apertamente il termine “genocidio”, irritando quindi il governo turco.

Se non avete voglia di leggerla, si sappia che nella lettera Obama definisce la posizione degli Stati Uniti “untenable”, insostenibile.

Pochi mesi dopo il Presidente Bush congelò la risoluzione approvata adesso, definendola giustamente dannosa e invitando il Congresso ad occuparsi di cose più impellenti.
Naturalmente il Presidente Bush fu sbranato dalla stampa americana e anche in Italia, ricordo, ci fu chi scrisse le sue belle cazzate in proposito.

A promuovere allora questa risoluzione fu la maggioranza del Partito Democratico, spinta dal Presidente del Congresso, Nancy Pelosi, non a caso proveniente da un distretto elettorale californiano in cui la comunità armena ha la sua incidenza (qui un mio pezzo sugli armeni di Los Angeles).

Bisogna dire che questa signora, per altro molto apprezzata da Gianfranco Fini, era tollerabile finché si limitava a promuovere populistiche agevolazioni per gli omosessuali della California, ma da quando riveste la sua importante carica istituzionale reca solo danni agli interessi della nazione e ogni volta che apre bocca si rimpiange il fatto che la nave che trasportò i suoi nonni dall’Italia agli Stati Uniti non abbia imitato il Titanic.

Beh, a sostenere quella posizione pro-Armenia, solo per sfruttare l’effimero ritorno politico del più facile antibushismo di allora, c’erano anche Barack Obama e Hillary Clinton che oggi versano lacrime di coccodrillo.

In maniera ancora più esplicita, durante l’ultima campagna presidenziale, Obama dichiarò: “As President I will recognize the Armenian genocide”. Grande soddisfazione tra gli Armeni d’America.

Tuttavia, una volta diventato Presidente, durante la sua visita in Turchia, Gianobama evitò accuratamente di adoperare la parola “genocidio”, così come, al ritorno negli Stati Uniti, disattese le residue speranze della comunità armena, non accettando di riconoscere il 24 aprile come data ufficiale dell’Armenian Memorial Day.

A questo punto una soluzione diplomatica al pasticcio armeno la si dovrà trovare, anche se il danno d’immagine è fatto.
Come si dice in questo caso da noi : chickens come home to roost. Ed il pollo non è Bush.

Friday, March 5, 2010

In Olanda, almeno, la gente può votare

Prevedibili e banali come sempre, con una punta d’ignoranza e di disonestà intellettuale, i quotidiani italiani stanno in queste ore commentando l’affermazione di Geert Wilders alle elezioni municipali olandesi con una serie d’articoli che sembrano fatti con lo stampino. Tutti uguali.

Le parole totem della più idiota political correctness vengono snocciolate nel solito insopportabile mantra di sempre.
Come scolaretti che hanno imparato la poesia a memoria, senza nemmeno chiedersi il significato di quanto esce dalle loro bocche, non fanno che ripetere: attenzione!, in Olanda ha vinto la destra estrema, la destra xenofoba, razzista, anti-islamista...

E, su tutti, si staglia per autorevolezza la sofferta riflessione del Presidente della Repubblica che, mettendo il naso nelle vicende di un Paese fino a prova contraria democratico, parla di segnale preoccupante”.

La medesima preoccupazione, invece, non era stata avvertita all’indomani degli omicidi di Theo Van Gogh e Pim Fortuyn e nemmeno per i casi emblematici di Ayaan Hirsi Ali (ne scrissi diffusamente qui e qui) o dello stesso Geert Wilders, messo sotto processo nonostante si blateri sempre della sacralità della libertà d’espressione.

Siamo sicuri che il signor Wilders sia un rappresentante dell’estrema destra?, un fascista se non addirittura un nazista? Non lo so. Il suo partito si chiama Partito per la Libertà (toh, riecheggia vagamente quel tiranno fascistone trombeur de femmes di Berlusconi).
Personalmente Wilders si è sempre dichiarato contrario alle idee del fascismo o a personaggi schifosi come LePen, definendosi invece un liberale-libertario, ammiratore di Margaret Thatcher, amico incondizionato d’Israele.

Beh, sì, effettivamente per la stampa sinistrorsa egemone in Europa il solo nominare Israele o la signora Thatcher è segno inequivocabile di pericoloso fascismo.

Per quanto riguarda la xenofobia, il razzismo, l’anti-islamismo, intendiamoci. Asserire, come fa lui, che il Cristianesimo e l’Ebraismo sono le matrici fondanti della tradizione culturale dell’Occidente e che, quindi, come tali vanno preservate ed eventualmente difese da chi cerca di sovvertirne o annullarne il peso, non significa affatto essere razzisti. Significa esprimere convinzione della propria identità culturale e preoccupazione per chi, non rispettandola, cerca di annientarla.

Evidentemente è questo il segnale che è stato recepito da tanti cittadini olandesi. E ribadisco: cittadini, non baluba con l’anello al naso.
Quando nei Paesi democratici s’impongono queste “sorprese” elettorali, con partiti o movimenti che dal nulla schizzano improvvisamente a percentuali in doppia cifra (penso, con modalità e tipologie diverse, ai casi della Lega Nord in Italia o all’attuale Tea Party negli Stati Uniti), significa che sotto c’è la preoccupazione, l’insicurezza, il disagio della gente comune. Tutto il resto è fumo creato ad arte dai professionisti dell'ipocrisia politicante.

E’ chiaro che, all’interno di questi movimenti che incanalano i sentimenti più viscerali e crudi di molti cittadini, si possono manifestare posizioni o esibizioni di sgradevole intolleranza (e questo va sempre combattuto), tuttavia sarebbe superficiale, semplicistico e non aderente alla realtà dei fatti, bollare il tutto come razzismo o xenofobia. Se ci si ferma a guardare il dito anziché la luna, non si andrà mai al nocciolo della questione.

Inutile aspettarsi comprensione o vicinanza ai sentimenti reali della gente comune da parte degli scribacchini quotidiani né tantomeno dai politicanti che - nell’esito di regolari elezioni svolte in un Paese al quale non si possono dare lezioni di democrazia - colgono “segnali preoccupanti”, quando magari, in casa propria, s’impedisce al partito di maggioranza di essere presente al voto.

Se proprio ci si vuole preoccupare per qualcosa, quindi, si lasci stare l'Olanda e si punti lo sguardo altrove, please.

Wednesday, March 3, 2010

Tuesday, March 2, 2010

Cassarnold (Una tragedia greca)

Molti risero di Arnold Schwarzenegger quando, nel gennaio di tre anni fa, durante il suo State of the State address, parlò della California come della "moderna Sparta e Atene".
Adesso  invece si capisce quanto avesse ragione. Che la California oggi sia proprio come la Grecia nessuno lo può negar.

(Coro Greco: "Nessuno lo può negar...nessuno lo può negar...")

Monday, March 1, 2010

Terremoti e altre calamità

Un mese e mezzo fa, l’attore Danny Glover, uno degli Americani più ignoranti di tutti i tempi, aveva individuato nel global warming la causa del terremoto abbattutosi in quelle ore su Haiti.

Questo è quello che succede per non aver combinato nulla al summit di Copenhagen”. Una bestia.

Più pittoresco ed immaginifico nelle sue uscite da gran coglione è senz’altro Hugo Chavez, secondo il quale il terremoto di Haiti è stato materialmente provocato dagli Stati Uniti con l’utilizzo di una potentissima arma (chiamata con molta originalità earthquake weapon) creata nei famigerati laboratori dell’Alaska dove da anni si sta mettendo a punto il famoso programma HAARP.

Ora. E’ chiaro che Washington non decide di sparare alla cazzo i suoi scoreggioni ionosferici. Questo lo capisce persino Hugo. Infatti lo scossone che Obama ha lanciato su Haiti ha come unico scopo quello di essere la prova generale in vista del terremoto che verrà scatenato prossimamente sull’Iran.

Più difficile da spiegare, persino per un talento innato come Hugo, come mai il test di Haiti sia stato preceduto di una decina di giorni da un analogo esperimento di sisma autoindotto sulla California del Nord.
Va bene che i Californiani del Nord sono teste di cazzo, però è pur sempre territorio degli Stati Uniti e per di più uno dei pochi posti che voterà ancora per Obama nelle midterm elections del prossimo 2 novembre.
L’unica spiegazione plausibile quindi è che qualcuno, in Alaska, abbia scoreggiato per sbaglio. Può capitare.

Naturalmente, in queste ore, non poteva mancare un approfondimento sul tema, vista anche l’attualità del terremoto in Cile.

A garantirci la nostra quotidiana dose di risate ci ha pensato il vecchio Louis Farrakhan, il leader dei Musulmani Neri d’America, uno che non delude mai e al quale non puoi dire che con l’età è diventato rimbambito poiché lo è sempre stato sin da giovane.

Lasciando perdere i pettegolezzi che, anni addietro, lo indicavano come il mandante dell’assassinio di Malcolm X (la cui figlia venne poi arrestata per aver progettato l’omicidio dello stesso Farrakhan), il buon Louis si è costruito nella roccia la sua fama di comprovato razzista e antisemita, con frasi ormai mitiche come: “Gli Ebrei hanno ricevuto una missione dal diavolo” oppure la più intellettualmente raffinata “Hitler was a very great man”.

Ieri, davanti ad un pubblico di 20mila ebeti, dimenticandosi per una decina di minuti di vomitare sugli Ebrei e proclamandosi “più grande di un profeta”, ha rivelato che la causa del terremoto che ha colpito il Cile è la Destra Bianca, colpevole di voler affossare la riforma sanitaria di Obama.

Nello stesso discorso ha anche ribadito che i Cristiani bianchi d’America si stanno organizzando al fine di assassinare Obama e di mandarlo a casa dopo una sola legislatura (la qual cosa eviterebbe forse di vederlo assassinato, ma tant’è, non starei a sottilizzare).

Come faccia Farrakhan a sapere tutte queste cose con esattezza lo ha spiegato più volte lui stesso e lo ha ripetuto anche ieri.
Nel 1985, mentre si trovava in Messico, è stato invitato a salire su un U.F.O. e il comandante dell’equipaggio alieno gli ha mostrato l’anteprima di una serie di accadimenti che avrebbero colpito il pianeta Terra negli anni a venire, compresa addirittura la celebre operazione El Dorado Canyon dell’aprile ’86, quando cioè Reagan cagò in testa a Muammar Gaddafi.

Insomma, come attendibilità non c’è paragone rispetto all’analoga esperienza extraterrestre avuta dal Congressman Democratico Dennis Kucinich (quello che Michael Douglas avrebbe voluto come Presidente) in compagnia di Shirley MacLaine.

Certo, sapere di essere anch’io in qualche modo responsabile del terremoto cileno mi fa sentire un po’ una merda.
Però, nello stesso tempo, mi sono tolta un peso che mi portavo dagli anni dell’adolescenza. Quello di essermi immancabilmente addormentata sulla sigla di Quark e di essermi persa tutti i documentari di Piero Angela.

Adesso infatti so che tutte quelle storie sull’energia sismica, sulla crosta terrestre e sulle zolle che si spostano non sono altro che una grandissima cazzata.

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