Il Presidente Obama è incavolato nero, ma davvero tanto, per il guaio in cui il Foreign Affairs Committee del Congresso lo ha cacciato facendo approvare (23 voti a 22) una risoluzione in base alla quale il massacro subito dalla popolazione armena ad opera del governo ottomano a partire dal 1915 viene ufficialmente riconosciuto come “genocidio”.
Il Segretario di Stato, Hillary Clinton, su indicazione di Obama, ha cercato in tutti i modi di far recedere la commissione dal mettere al voto la risoluzione, ma inutilmente.
Possiamo però dire di essere di fronte ad una puntata di Dilettanti allo sbaraglio ed il Presidente può solo rimproverare se stesso e la sua attitudine ad essere con troppa frequenza un Giano Bifronte.
E’ una vicenda che parte da lontano e che vale la pena riassumere.
Innanzitutto: che quello subito dagli Armeni un secolo fa sia stato un vero e proprio genocidio non ci piove. Tuttavia la risoluzione approvata dal Congresso è un colossale errore politico.
Come prima cosa, non credo sia compito dei parlamenti dei singoli stati giudicare eventi avvenuti altrove in un periodo di tempo ormai coniugabile solo al passato remoto.
Perché, altrimenti, si potrebbe ricorrere a qualsiasi accadimento storico. Si potrebbe ricordare come i comunisti titini buttarono gli italiani nelle foibe, come gli americani non sempre usarono gentilezza verso i nativi, ma anche come Assurbanipal schiavizzò gli Egizi.
E’ tutto vero. Da sempre l’uomo uccide l’uomo e i popoli si massacrano tra di loro ed è giusto che i fatti vengano registrati, condannati, ricordati, storicizzati. Ma è altrettanto evidente, e politicamente consigliabile, che ci deve anche essere un limite temporale entro il quale un massacro, che pure è stato un genocidio, diventa argomento ad esclusivo uso degli storici e non dei parlamenti.
In particolare, per tornare alla risoluzione votata dal Congresso, a rendere sconsigliabile questa scelta ci sono motivazioni di opportunità politica contingente.
1) Il voto arriva nel momento in cui Obama sta cercando di far approvare nuove sanzioni contro l’Iran dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove una poltrona è occupata dalla Turchia.
2) Il 70% dei trasporti aerei destinati all’Iraq transita dalla Turchia, che potrebbe quindi per ritorsione far mancare le basi logistiche all’esercito americano, una su tutte: Incirlik.
3) Solo pochi mesi fa il governo americano aveva mediato tra Turchia e Armenia riuscendo a far riavvicinare i due paesi con la prospettiva della riapertura delle reciproce frontiere. Ora, con questa crisi diplomatica, tutto torna in discussione.
4) Tra Turchia e Iran c’è un accordo per il passaggio del gas naturale. Un accordo ovviamente malvisto a Washington ma che potrebbe anche condizionare in negativo il processo di accettazione della Turchia, sempre in bilico tra integralismo islamico e laicismo (come si è visto anche nei recenti episodi interni), nell’ambito della Comunità Europea.
Senza contare come, in anni recenti, gli Stati Uniti hanno avuto il loro bel daffare nel frenare le truppe turche dall’entrare nel nord dell’Iraq e fare piazza pulita dei curdi.
Non mi sembra difficile da capire, quindi, come sia politicamente pericoloso voler affermare a tutti i costi un principio, per altro già storicamente accertato, su un fatto che risale a quasi cento anni fa, mettendo a serio rischio le relazioni odierne e future con un paese che fa da porta agli equilibri strategici in Medio Oriente.
Ora. Come entra il Presidente Obama in tutto questo?
Bisogna tornare al 28 luglio 2006 e a
questa lettera ufficiale che l’allora senatore dell’Illinois scrisse al Segretario di Stato, Condoleezza Rice, per lamentarsi della decisione (oggi – ma anche allora – si capisce quanto saggia) di richiamare in patria John Evans, l’ambasciatore americano in Armenia,
reo di aver adoperato apertamente il termine “genocidio”, irritando quindi il governo turco.
Se non avete voglia di leggerla, si sappia che nella lettera Obama definisce la posizione degli Stati Uniti “untenable”, insostenibile.
Pochi mesi dopo il Presidente Bush congelò la risoluzione approvata adesso, definendola giustamente dannosa e invitando il Congresso ad occuparsi di cose più impellenti.
Naturalmente il Presidente Bush fu sbranato dalla stampa americana e anche in Italia, ricordo, ci fu chi scrisse le sue belle cazzate in proposito.
A promuovere allora questa risoluzione fu la maggioranza del Partito Democratico, spinta dal Presidente del Congresso, Nancy Pelosi, non a caso proveniente da un distretto elettorale californiano in cui la comunità armena ha la sua incidenza (
qui un mio pezzo sugli armeni di Los Angeles).
Bisogna dire che questa signora, per altro molto apprezzata da Gianfranco Fini, era tollerabile finché si limitava a promuovere populistiche agevolazioni per gli omosessuali della California, ma da quando riveste la sua importante carica istituzionale reca solo danni agli interessi della nazione e ogni volta che apre bocca si rimpiange il fatto che la nave che trasportò i suoi nonni dall’Italia agli Stati Uniti non abbia imitato il Titanic.
Beh, a sostenere quella posizione pro-Armenia, solo per sfruttare l’effimero ritorno politico del più facile antibushismo di allora, c’erano anche Barack Obama e Hillary Clinton che oggi versano lacrime di coccodrillo.
In maniera ancora più esplicita, durante l’ultima campagna presidenziale, Obama dichiarò: “As President I will recognize the Armenian genocide”. Grande soddisfazione tra gli Armeni d’America.
Tuttavia, una volta diventato Presidente, durante la sua visita in Turchia, Gianobama evitò accuratamente di adoperare la parola “genocidio”, così come, al ritorno negli Stati Uniti, disattese le residue speranze della comunità armena, non accettando di riconoscere il 24 aprile come data ufficiale dell’Armenian Memorial Day.
A questo punto una soluzione diplomatica al pasticcio armeno la si dovrà trovare, anche se il danno d’immagine è fatto.
Come si dice in questo caso da noi : chickens come home to roost. Ed il pollo non è Bush.